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Il Regno Unito dice no al memorandum cinese sulla Nuova Via della Seta

Il governo italiano, tutto allegro e soddisfatto, ha appena firmato, con la mano di Di Maio, vice presidente del Consiglio dei ministri, il memorandum d’intesa con la Cina sulla Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative – BRI). Abbiamo detto “tutto allegro” perché la firma è stata accompagnata da dichiarazioni che sottolineavano retoricamente, con l’importanza della firma,  la felice scelta fatta nell’interesse del popolo italiano. Si sottoscriveva non solo la nuova via della seta, ma anche la nuova politica estera italiana, sganciata da quella dei tradizionali alleati atlantici ed europei. Il tutto, e non è un tema di poco conto, senza un preventivo dibattito in parlamento e nessuna discussione sui media. L’opinione pubblica sembra aver accolto l’avvenimento senza eccessivo entusiasmo, anzi, senza entusiasmo del tutto. Ma per il governo questa scelta rappresenta una svolta importante che darà frutti in futuro.

Nel frattempo, il 4 aprile scorso, la Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni (Camera bassa) del Parlamento britannico, ha pubblicato un documento strategico in cui si raccomanda al governo di Sua Maestà di non firmare alcun Memorandum d’intesa con la Cina sulla BRI. Il documento, più che rappresentare un semplice atto britannico, ha voluto essere un modello per l’Unione europea e gli Stati Uniti. Esso, infatti, è stato rilasciato pochi giorni prima del vertice tra UE e Cina che ha avuto luogo a Bruxelles il 9 aprile scorso. Il documento riconosce gli effetti positivi degli investimenti della BRI nei Paesi in via di sviluppo, ma ammonisce che essi minacciano di minare l’ordine internazionale “liberale” basato sulle regole. Non riassumiamo il documento e passiamo direttamente alla raccomandazione finale del documento, che trascriviamo integralmente:“La BRI, nella forma in cui viene attualmente perseguita, solleva preoccupazioni in riguardo agli interessi del Regno Unito. Tra questi, il rischio che gli investimenti cinesi incoraggino i Paesi a concludere accordi che minino i criteri internazionali che il Regno Unito si adopera di promuovere, o lascino quei Paesi con debiti insostenibili che minino lo sviluppo e la stabilità politica. Vi è anche il rischio che la promessa di investimenti cinesi, o l’indebitamento coercitivo (sic) nei confronti della Cina, possano incoraggiare quei Paesi a unirsi agli forzi cinesi di minare alcuni aspetti del sistema internazionale basato sulle regole e indebolire le alleanze e i partenariati che contribuiscono a preservare la pace e la prosperità internazionali. Perciò, sulla base di questi rischi, approviamo la decisione del governo di non firmare un Memorandum d’Intesa a sostegno della BRI. Il governo fa inoltre bene a non accettare la richiesta cinese che il Regno Unito fornisca quel che sarebbe a tutti gli effetti un sostegno in bianco a ciò che è un pilastro chiave della sua politica estera.”

Il governo italiano, a differenza di quello britannico, ha invece rilasciato un assegno in bianco al pilastro chiave – come il documento della Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni chiama la BRI – della politica estera cinese. In cambio di che? Il Regno Unito sarà un po’ squinternato sul problema Brexit, ma è certo che in ordine alla geopolitica (ed alla geoeconomia che ne consegue) nessuno può contestare la sua lucidità. Nebbia intensa, invece, sulla penisola italica.

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