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La svalutazione competitiva e gli effetti ancora oggi incompresi

Nel 1960 il nostro reddito pro capite risultava inferiore  del 65% rispetto a quello statunitense. Rientrando nel perimetro europeo la differenza con la Germania si “fermava” al -43% fino al -24% della Gran Bretagna e al -11% con la Francia. Successivamente il nostro Paese ha limato questa differenza se nel 199 il differenziale di reddito con gli Stati Uniti registrava un -23% che diventava un -15% nei confronti della Gran Bretagna.

Tornando invece ai tempi odierni la situazione complessiva è tornata a peggiorare, come confermano i dati qui riportati: un imbarazzante  -62.6% rispetto agli Usa ed un altrettanto insostenibile -35.1% rispetto alla Germania coniugati e confermati anche da un -12% rispetto alla Gran Bretagna che diventa -12.2% se confrontato con la Francia (dati Maddison Project).

Questo è l’effetto del delirio di ricchezza che una crescita “drogata” dalla svalutazione competitiva aveva dato tanto alla classe politica quanto a quelle dirigenti  e imprenditoriali. La prima (classe politica) non fu in grado  di valutare l’effetto inflattivo sulla esplosione dei fatturati e del Pil ai quali rispondeva con un aumento esponenziale del debito pubblico seguito, incompreso appunto, da un parallelo decremento del valore patrimoniale complessivo.

La seconda (classe dirigente ed imprenditoriale) era convinta che la continua svalutazione della nostra valuta non avrebbe avuto conseguenze in relazione al patrimonio generale italiano e quindi anche per le proprie aziende. In questo senso  progressivamente vennero ridotti gli investimenti sia in tecnologie che in risorse umane. Le svalutazioni competitive riducevano progressivamente il patrimonio del nostro Paese pur facilitando le nostre esportazioni. Con la sensazione combinata assolutamente errata da illuderci che la perdita di “valore valutario e patrimoniale legato alla svalutazione” risultasse un concetto astratto e dalle molteplici interpretazioni. La svalutazione competitiva invece, unita all’esplosione del debito pubblico, ha creato le condizioni nefaste per ampliare le conseguenze di una crisi economica come successivamente si è regolarmente manifestata nel 1992 (culminata con il prelievo forzoso del 6×1000 del governo Amato) e quella tra il 2008 e il 2019 la cui luce fuori dal tunnel fu intravista dal solo Monti.

La cosa più grave da sottolineare, tuttavia, è come questa perdita di competitività complessiva  (basti pensare all’aumento del costo dell’energia e delle materie prime essendo la nostra un’economia ed un’industria di trasformazione) e di reddito proprio della classe media ancora adesso venga talvolta percepita ma comunque non compresa né tantomeno valutata nei suoi effetti a medio lungo termine in particolar modo dalla corrente economica dei sovranisti. Si pensi come all’inizio del terzo millennio negli Stati Uniti si aprì una furiosa contrapposizione tra fiscalisti i quali avevano notato come la forbice tra i redditi più alti e quelli più bassi fosse in forte espansione.

Segno evidente di una economia che aveva perso la propria caratteristica industriale (caratterizzata da una forte concentrazione di manodopera per milione di fatturato) sicuramente superiore a quella dei servizi verso la quale le delocalizzazioni produttive Made in Usa avevano ridotto l’economia statunitense.

Dalla quelle considerazioni le due posizioni si contrapponevano sulla necessità o meno di una politica fiscale adeguata e più incisiva al fine di eliminare, o quantomeno attenuare, gli effetti di tale forchetta.

La riscoperta della centralità dell’industria anche all’interno della politica di Trump nasce proprio da questa considerazione che ovviamente in Italia ancora oggi non risulta chiaramente compresa. I risultati parziali della politica economica di Trump parlano del livello più basso di disoccupazione degli ultimi sessant’anni abbinata agli effetti di una strategica politica di investimenti che li ha portati all’indipendenza energetica.

Nel nostro Paese invece ancora oggi si considera strategica l’importanza di una valuta debole connessa alla svalutazione competitiva. Una visione che aggiunge un altro elemento al quadro dell’ignoranza  economica complessivo composto da una” intelligentia”di sinistra che ancora crede alle politiche monetarie per ridurre il peso del debito (Calenda e Padoan con la loro posizione favorevole all’aumento dell’IVA e quindi dell’inflazione) e dai ridicoli sovranisti economici privi di qualsiasi competenza economica di base.

Il default culturale da noi si esprime anche in queste molteplici forme che coinvolgono gli esponenti politici, classi dirigenti ed accademici espressione dell’intero Arco costituzionale.

 

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