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Non serve l’omologazione dei genitori, serve piuttosto l’uniformità tra i banchi di scuola

Nelle scorse settimane si è creata la solita bagarre sulla dichiarazione di Matteo Salvini «Sulla carta d’identità tornano mamma e papà, via genitore 1 e genitore 2». Contro questa iniziativa si è anche espressa la sindaco Chiara Appendino, sostenendo che Torino  «è a fianco delle famiglie omogenitoriali» e che «sarebbe un passo indietro in tema di diritti». Ovviamente anche l’Arcigay ha detto la sua sostenendo sempre i diritti delle famiglie omogenitoriali, le quali, per quanto ne sappiamo tutti, esistono da tempo e continueranno ad esistere senza che ci sia necessità di identificare madre e padre col nome di genitore 1 e genitore 2. Infatti, se mettiamo genitore 1 e genitore 2 le famiglie omogenitoriali hanno lo stesso problema! Nessuno peraltro si è mai posto il problema di chi sia il genitore 1 e il genitore 2, rispettata la parità dei sessi chi è l’1 e chi il 2, visto che il 2 è sempre secondo all’1. Moltissime note coppie gay quando si sposano, nei Paesi dove è consentito, definiscono il proprio coniuge o moglie o marito, pertanto i termini genitore 1 e genitore 2 sono soltanto un modo per scardinare ulteriormente la famiglia tradizionale e soprattutto per creare ulteriore confusione nei bambini. Ci sono coppie tradizionali, ci sono coppie gay, ci sono famiglie unigenitoriali, ci sono famiglie che lodevolmente adottano bambini: quando le norme sono chiare e la società è sana non c’è bisogno di fare la guerra alle parole, come hanno fatto e fanno coloro che vogliono eliminare il concetto di padre e di madre. E perciò in questa occasione, e non sono molte, siamo d’accordo con Salvini, sperando che questo ritorno sulla carta d’identità non sia stato solo un annuncio.

Siamo anche d’accordo sulla proposta di riportare nelle scuole un grembiule o una divisa che eviti sia la messa in competizione tra chi ha più o meno denaro da spendere per acquistare capi firmati, sia per evitare anche abbigliamenti che nulla hanno a che vedere con il sistema scolastico e l’istruzione. La scuola dovrebbe aiutare a far sentire tutti uguali, possibilmente con le stesse chances di apprendimento, per dare alla fine un giudizio sulla voglia di applicazione e sull’impegno e non su altro. Forse anche tanto bullismo nasce, oltre che dall’uso sbagliato dei social, dalle ‘sicurezze’ che danno certi abbigliamenti. Già qualche anno fa, recandomi a Madrid in alcuni ministeri del governo spagnolo, avevo apprezzato come i dipendenti non usassero gli abiti scollacciati che invece avevo visto nei ministeri italiani. Un vecchio detto dice che l’abito non fa il monaco ma spesso il cardinale e bisogna rispettare anche nella forme le istituzioni che rappresentiamo. Non è una diminuito della nostra personalità e libertà che semmai sono minate proprio dalle travolgente e insana voglia di apparire e di farsi notare a tutti i costi.

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