Attualità

Sistema monetario con lo yuan

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Riceviamo e pubblichiamo l’articolo a firma di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su Italia Oggi del 6 luglio 2019.

A ogni azione corrisponde una reazione che, a volte, sorprende chi ha iniziato il contenzioso. È il caso della politica dei dazi e delle sanzioni di Donald Trump: stanno determinando le condizioni per la nascita di un sistema monetario parallelo basato sullo yuan cinese utilizzabile per gli scambi commerciali e come riserva monetaria. Soprattutto in Asia.

Anche le sanzioni americane nei confronti di chi importa petrolio dall’Iran, di fatto, spingono in tale direzione. La Cina è il principale importatore di energia dall’Iran e continuerà a farlo. Il problema, di conseguenza, sorgerà al momento del pagamento in dollari.

Ogni anno la Cina importa dal resto del mondo petrolio per 250 miliardi di dollari e altri 150 miliardi di merci, quali l’acciaio, il rame, il carbone e la soia. Tutte queste commodity finora sono valutate e commerciate in campo internazionale in dollari. Perciò anche la Cina li deve pagare con la valuta americana. Ciò dà alle autorità Usa un ampio margine di manovra su cosa la Cina compra e da chi. In verità, negli anni passati, gli Usa non hanno mai nascosto l’intenzione e la capacità di usare questa leva per condizionare certi sviluppi geopolitici e geoeconomici. Ad esempio, hanno imposto forti sanzioni pecuniarie contro alcune banche non americane, come la Standard Chartered inglese e la Bnp Paribas francese, per aver fatto operazioni finanziarie in dollari con le controparti iraniane, anche se le suddette banche non avevano violato alcuna regola dei paesi in cui gli accordi erano stati stipulati.

Lo stesso potrebbe oggi succedere per quelle banche, cinesi oppure no, che dovessero giocare un ruolo nei pagamenti in dollari per saldare contratti d’importazione del petrolio iraniano. Pensare di costringere gli importatori di petrolio iraniano, tra cui la Cina, il Giappone, l’India e la Corea del Sud, a cambiare il paese di rifornimento, approvvigionandosi dall’Arabia Saudita, alleata di Washington, potrebbe rivelarsi un grave errore.

Di fronte a questa situazione sta emergendo una serie di nuovi strumenti valutari internazionali alternativi al dollaro. Pechino lavora in questa direzione e si prevede per lo yuan un ruolo centrale. Prima di tutto, il governo cinese sta agevolando l’accesso ai finanziamenti in yuan attraverso organismi offshore con base a Hong Kong. In secondo luogo, per convincere chi esporta petrolio in Cina ad accettare pagamenti in yuan, Pechino intende dimostrare che i paesi produttori potrebbero utilizzare gli yuan non solo per l’acquisto di beni cinesi. Pechino, perciò, programma di offrire prodotti finanziari con un valore sicuro e stabile, facilmente monetizzabili, che potrebbero diventare, addirittura, un’alternativa ai bond del Tesoro americano.

La Cina sta offrendo contratti future sul petrolio e sull’oro che, tra l’altro, permetterebbero agli interessati di creare una garanzia sul prezzo del petrolio ma anche di poterli convertire in oro. Il processo sembra lento ma è irreversibile. La Cina ha già convinto il Qatar ad accettare lo yuan per il pagamento di parte delle sue esportazioni di petrolio. Inoltre, come conseguenza dell’importante accordo pluriennale di acquisto di petrolio e gas russo per 400 miliardi di dollari da parte della Cina, lo scorso anno Mosca ha cambiato l’equivalente di 50 miliardi di dollari delle sue riserve monetarie in yuan. Pechino ha già siglato accordi di swap monetari con più di 30 Paesi, tra cui il Giappone e la Russia, che permettono di utilizzare per i commerci lo yuan. Molti progetti di cooperazione tra Brasile e Cina sono già finanziati e regolati in yuan.

Alla vigilia del G20 Russia e Cina hanno sottoscritto un accordo per l’utilizzo di strumenti finanziari in rubli e in yuan fino a coprire nei prossimi anni il 50% di tutti i loro commerci bilaterali. È da notare che allo stesso tempo i due paesi stanno espandendo enormemente le loro riserve in oro.

La stessa realizzazione della «Belt and Road Initiative», la Nuova Via della Seta, e il ruolo di finanziamento dell’ Aiib, Asian Infrastucture Investment Bank, serviranno per l’internazionalizzazione dello yuan. Molti progetti infrastrutturali con i paesi asiatici coinvolti sono già stipulati nella valuta cinese. Al riguardo è interessante la lettura dell’ultimo bollettino della Banca Mondiale sull’economia dei paesi dell’Africa sub-sahariana, dove la presenza e la cooperazione della Cina è visibilmente molto elevata. La composizione per valuta dell’intero ammontare del debito pubblico e privato di quella regione sarebbe così suddivisa: soltanto il 5,7% in euro, il 62,4% in dollari e il 25% in altre monete. E in quest’ultima categoria lo yuan occupa la parte preponderante.

Questi processi di portata globale avranno inevitabilmente effetti sull’Europa, chiamata a giocare un ruolo attivo e non subalterno ad altri interessi.

*già sottosegretario all’Economia **economista

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