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L’isolazionismo strategico italiano e la posizione conservativa internazionale

Non passa giorno che la classe politica italiana non offra una conferma del proprio scollamento dalla realtà tanto nazionale quanto internazionale.

Confindustria, che crede ancora di essere l’espressione della massima intelligenza imprenditoriale italiana, propone di tassare i prelievi bancomat sopra i 1500 euro con un 2% come azione a contrasto della evasione fiscale. Il governo, nella propria miopia assoluta (in questo assolutamente in linea con le professionalità proposte dai governi Renzi, Gentiloni e Conte1), invece di valutare gli effetti non solo politici ma soprattutto  economici delle tensioni internazionali  come fattori scatenanti  di una probabile recessione o quantomeno di  una frenata importante della crescita  economia internazionale dichiara in modo imbarazzante l’avvio di una nuova politica di investimenti. Questi, secondo le intenzioni dei nuovi responsabili dei dicasteri economici, si articolerebbero in strutturali per la crescita ed infrastrutturali come fattori di competitività, uniti parallelamente ad una progressiva riduzione del carico fiscale a partire dai redditi più bassi. Non escludendo, ovviamente, una riduzione del cuneo fiscale: tutte queste buone intenzioni si traducono in spesa pubblica aggiuntiva la cui copertura non può che essere richiesta al mercato attraverso la nuova emissione di titoli del debito pubblico aggiuntivi.

L’ assoluta convinzione di non dovere mai rendere conto delle promesse rende tali dichiarazioni addirittura insultanti in considerazione del contesto internazionale in rapida e sempre più incerta evoluzione. Recentemente, infatti, è stata pubblicata dal Wall Street Journal un’analisi relativa alle scelte strategiche che i titolari di grandi capitali hanno cominciato ad attuare per acquisire una posizione conservativa e porre così le basi per ovviare ad una possibile fase di recessione scaturita dalle sempre maggiori tensioni internazionali ma anche dagli sterili traguardi delle  politiche monetarie poste in atto tanto dalla Bce che dalla Fed.

Sostanzialmente vengono indicati tre passaggi fondamentali per raggiungere, appunto, una posizione conservativa  che si pone l’obiettivo di mantenere le posizioni. Innanzitutto viene indicato come primario  l’abbandono delle obbligazioni a breve, la cui  curva dei rendimenti si sta abbassando ed è indicatrice di una possibile se non recessione quantomeno di frenata della crescita economica. Contemporaneamente si rileva e si invita ad una diminuzione della propensione ad investimenti short, espressione caratterizzante di azioni speculative in ambito borsistico, contemporaneamente ad una azione finalizzata a ripianare tutti i debiti. L’ultima opzione indicata, però, risulta essere sicuramente la più importante per evitare posizioni pericolose in relazione ai propri investimenti e capitali: viene infatti suggerito di investire in valuta, cioè accumulare contanti, quindi restare liquidi.

In altre parole, esattamente come per l’oro o l’argento all’interno di una possibile crisi finanziaria le cui evoluzioni risultano incerte quanto difficili da calcolare, l’investimento in valuta, quindi in contante, rappresenta un bene rifugio, probabilmente espresso in dollari o in franchi svizzeri.

Si può dire quindi che la strategia proposta per la difesa dei grandi capitali dimostra ancora una volta come esista una forte scissione tra l’economia reale, della quale le valute o contanti ne rappresentano un aspetto, rispetto all’economia finanziaria dei titoli che possono essere soggetti a variazioni e tracolli nominali e valoriali  disastrosi.

Questo comportamento, assolutamente condivisibile, impatterà ovviamente con effetti ulteriormente regressivi per l”economia finanziaria e globale. Conseguenze che si riverbereranno anche per il mercato dei titoli del debito sovrano, che rappresentano l’unica forma di finanziamento della spesa pubblica come dei faraonici progetti del nuovo governo oltre alla asfissiante pressione fiscale.

La liquidità, quindi, diventa una espressione di posizioni conservative quando nel nostro Paese esiste una volontà di sottoporli ad una tassazione aggiuntiva la cui volontà dimostra, ancora una volta, lo scollamento abissale tra la classe dirigente politica italiana, compresa Confindustria, e la realtà economico finanziaria internazionale.

Mai come ora la classe dirigente italiana è espressione di una mediocrità imbarazzante, incapace persino di analizzare e successivamente valutare i comportamenti degli operatori del mondo economico e magari trarne degli spunti per esempio per migliorare l’indice di attrattività del nostro Paese in relazione agli investitori internazionali.

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