Attualità

La produttività delle politiche monetarie

Il grido di allarme dell’uscente presidente della Bce Mario Draghi relativamente al rallentamento delle crescita economica europea dovrebbe finalmente aprire una seria valutazione sull’impatto delle politiche monetarie espansive inserite in un contesto di mercato  global, anche finanziario. La crescita insufficiente, infatti, lamentata dal presidente del Q.E. era ampiamente prevista in considerazione degli effetti della prima stagione di iniezione di liquidità ai quali si aggiungono fattori politici ed economici specifici che trovano espressione nel sentiment in constante flessione dei consumatori.

L’ultimo quantitave easing ha permesso ai diversi Stati, in particolare al nostro, di applicare una politica di esplosione della spesa pubblica (+5% ogni anno) utilizzando in aggiunta anche i minori costi  regalati dal calo dei tassi di interesse e quindi dei costi di servizio al debito pubblico. Questa “reale sospensione dalla realtà delle valutazioni dei fondamentali economici del nostro paese” ha illuso tutti i governi, dal 2015 in poi, ed indotto gli stessi ad aumentare la spesa pubblica anche se finalizzata alla semplice copertura della sola spesa corrente mentre la stessa  in conto capitale, e quindi in fattori competitivi, veniva quasi azzerata: basti pensare agli 80 euro come al reddito di cittadinanza e a quota cento.

Contemporaneamente la sovrabbondanza di liquidità ha letteralmente depatrimonializzato i risparmi i cui rendimenti con estrema difficoltà riescono a trovare rendimenti superiori allo zero virgola (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).In questo contesto macro-economico risulta difficile immaginare una crescita dei consumi, e quindi una conseguente inflazione da domanda, in quanto il sentiment del consumatore trova la propria manifestazione nella crescita della liquidità nei conti correnti (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). Una scelta fortemente criticata dal mondo politico ed economico il quale, tuttavia, ancora oggi non ha compreso l’entità dell’impatto devastante che la crisi  degli Istituti bancari come Popolare di Vicenza e Veneto Banca abbia determinato nel rapporto fiduciario tra risparmiatori e prodotti finanziari.

Tornando alle dichiarazioni del presidente della Bce e relative alle cause della frenata della crescita della eurozona, queste vengono sostanzialmente indicate nel clima di incertezza legato alle tensioni internazionali (come la contrapposizione nel mondo arabo tra Arabia Saudita ed Iran) e al rallentamento del commercio mondiale a causa delle politiche “protezioniste” con una evidente accusa mossa all’amministrazione statunitense.

Innanzitutto va ricordato che le politiche protezioniste furono inaugurate dall’Unione Europea, cominciando dall’alluminio cinese al riso ed alla ceramica da consumo fino ai pneumatici cinesi (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/22/free-o-fair-trade-i-diversi-casi-di-ceramica-riso-e-tessile/). In più, in ambito strategico risulterebbe opportuno utilizzare come parametro economico non tanto il commercio (che risulta espressione di valori già prodotti) quanto i prodotti sintesi di  valore aggiunto legato al know how ed alle professioni, espressione quindi di un valore economico e culturale di un sistema economico nazionale.

In una recente ricerca pubblicata dalla Banca d’Italia viene certificato come le retribuzioni medie in Italia statisticamente risultino in diminuzione soprattutto a causa dell’aver puntato sul settore turistico a basso valore aggiunto come alla concorrenza nei lavori a bassa professionalità della manodopera extracomunitaria. Da questi dati emerge la seconda motivazione per la quale la crescita italiana in primis ed europea, nonostante l’iniezione di liquidità, non aumentano in quanto il turismo (il petrolio italiano si affermava)non offre  un valore aggiunto simile a quello generato dal sistema industriale. Un minore valore aggiunto che si traduce in una minore capacità di acquisto e di consumo.

Una crisi economica come quella cominciata nel 2008 ovviamente ha evidenziato come le strategie economiche degli ultimo vent’anni di fatto ci abbiano impoverito. In questo senso, infatti, non sarà mai troppo tardi ricordare come le delocalizzazioni produttive di fatto abbiano rappresentato un semplice elemento speculativo (di clonazione finanziaria) e abbiano permesso alle aziende una svalutazione competitiva del bene finale o intermedio (escludendo ancora il fattore valutario) ed una svalutazione del bene importato dai paesi a basso costo di manodopera. Una strategia all’interno di una logica di breve periodo, espressione della  classifica azione speculativa che il  settore industriale con colpevole leggerezza ha adottato.

In un contesto così articolato e complesso, quindi, risulta illusorio credere che una politica monetaria espansiva possa offrire degli effetti positivi relativi alla crescita degli asset industriali quando gli Istituti bancari (il vero tessuto connettivo della crescita) stanno riducendo il credito alle imprese.

Ma il grido d’allarme del presidente della BCE andrebbe anche rivolto non solo ai responsabili delle scellerate politiche della costante crescita della spesa pubblica dei paesi sud-europei ma anche e soprattutto a tutto quel mondo economico che negli ultimi anni aveva  individuato nella sharing, App e gig Economy la strada maestra verso lo sviluppo economico ed in più sostenibile.

Non appena la locomotiva tedesca, per lo più legata al settore automobilistico (che non è stato assolutamente tutelato dalla Merkel con sua  grandissima colpa) ha mostrato segnali di rallentamento ecco che le produzioni espressione dei nostri distretti industriali sono precipitate del -34,7% il distretto metalmeccanico di Lecco mentre un -30,8% il distretto dei metalli di Brescia e persino il settore delle mele dell’Alto Adige segna un -18,5 %, dimostrando ancora una volta come un mercato globale condizioni settori tra loro distanti. Una tendenza macro comune a tutti i distretti italiani, come per il  tessile abbigliamento pratese e il settore della rubinetteria di Lumezzane che segnano flessioni di produzioni molto preoccupanti. La stessa confusione strategica relativa alla sostenibilità della economia globale, della quale il mondo politico sembra accorgersi seguendo una adolescente svedese, genera una incertezza che blocca qualsiasi iniziativa ed investimento economico. Basti pensare come il nostro sistema industriale delle Pmi risulti il più eco sostenibile d’Europa e come lo stesso continente europeo abbia ridotto le emissioni dal 2000 ad oggi del -16% mentre Cina ed India rispettivamente del +208% e 155%.

Quindi l’eccellenza industriale italiana ed europea, che trova la massima espressione nel settore automobilistico nel motore diesel a basse emissioni e nella produzione di energia nucleare, ora si trova sotto accusa per responsabilità di altri paesi lontani da noi non solo geograficamente ma soprattutto nelle normative di tutela dell’ambiente così come dei lavoratori ed ovviamente dei prodotti.

Tornando al  contesto europeo ed italiano  caratterizzato dalla assoluta estemporaneità del ceto politico, la cui visione di crescita strategica parte dalla tassazione delle merendine e ripropone l’ennesima lotta all’evasione fiscale ignorando gli oltre 200 MLD di sprechi delle spesa pubblica, è normale che il consumatore e il lavoratore posticipano gli acquisti lasciando la liquidità nei conti e di fatto ponendo un altro ulteriore freno alla crescita.

Ripensando, quindi, alle considerazioni del purtroppo uscente presidente Draghi risulta evidente come il nostro continente, dopo anni di declino culturale, abbia imboccato la strada del precipizio culturale, figlio di una classe dirigente e politica selezionata con criteri assolutamente inadeguati in considerazione di un mercato globale e sempre più complesso. In altre parole, le economie europee, come quella italiana, non crescono non perché la produttività industriale diminuisca ma perché la produttività delle politiche monetarie risulta quasi ininfluente in rapporto all’entità degli strumenti finanziari utilizzati all’interno di un mercato globale.

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