International

Il vizio continua

Quanto più vigorosa e credibile è l’opposizione, tanto più democratico è il Paese.

Antonio Martino

Con il moto “Il Cile si è svegliato!”, circa due settimane fa i cittadini cileni sono scesi numerosi in piazza per protestare contro l’aumento del costo del biglietto della metropolitana di Santiago nelle ore di punta. Un piccolo aumento, di meno del 4%, da 800 a 830 pesos cileni, ma che ha scatenato una forte protesta. Altre proteste sono state svolte da allora, nonostante il 19 ottobre scorso sia stato dichiarato lo stato d’emergenza e il coprifuoco nella capitale. Venerdì scorso, proprio a Santiago, nell’ottavo giorno delle continue manifestazioni contro il governo, erano scesi in piazza più di un milione di cittadini. Di fronte a queste proteste, il presidente cileno ha proposto al Congresso una “profonda agenda sociale” e ha promesso la revoca dello stato d’emergenza e del coprifuoco a Santiago, nonché un ampio rimpasto del governo. Tutto ciò dopo aver annullato, giorni fa, anche la decisione dell’aumento del prezzo del biglietto della metropolitana. Le proteste dei cittadini cileni stanno dando i primi risultati.

Continuano le proteste anche a Hong Kong. Sono iniziate il 31 marzo 2019 contro un disegno di legge, presentato per la prima volta nel febbraio scorso, che prevedeva l’estradizione dei latitanti verso paesi con i quali non ci sono degli appositi accordi. I cittadini erano preoccupati che, se approvata, una simile legge poteva permettere la violazione dei loro sanciti diritti, previsti dalla legislazione di Hong Kong, con il rischio di finire sotto il sistema giuridico della Repubblica Popolare Cinese. Perché Hong Kong gode dal 1997, dopo 150 anni di colonizzazione britannica, di uno stato di “appartenenza indipendente” dalla Cina, prevista dalla formula negoziata “Una Cina, due sistemi”. Da quel 31 marzo le proteste continuano, nonostante gli scontri violenti tra i manifestanti e la polizia siano diventati sempre più massicci, radunando per le strade centinaia di migliaia di cittadini in rivolta. In seguito all’aumento della pressione popolare, il 9 luglio scorso il disegno di legge è stato ritirato. Ma i cittadini indignati non hanno smesso di protestare. Anzi, continuano ancora più determinati a protestare ogni sabato. L’ultimo, in ordine di tempo, sabato scorso. I cittadini chiedono le dimissioni del capo dell’esecutivo di Hong Kong, l’avvio di un’inchiesta sulle violenze dalla polizia durante le proteste, il rilascio di coloro che sono stati arrestati e soprattutto maggiori libertà democratiche. I cittadini continueranno a protestare per quei diritti, decisi a non indietreggiare.

Si sta protestando in Cile e a Hong Kong, così come anche in altre parti del mondo. Ma non si protesta più in Albania, dove, dal 16 febbraio 2019, erano cominciate le massicce proteste dei cittadini contro il malgoverno, la corruzione e tanto altro. L’ultima grande protesta nazionale, la decima, è stata svolta a Tirana l’8 luglio scorso. Da allora in poi però nessun’altra protesta, nonostante la situazione sia stata ulteriormente aggravata, mentre i dirigenti dell’opposizione promettevano altre massicce proteste contro il malgoverno, fino all’allontanamento definitivo del primo ministro. Nel gennaio 2019, quando i dirigenti dell’opposizione albanese decisero di cominciare le proteste, si stava protestando anche in Venezuela. E le richieste dell’opposizione albanese erano simili a quelle dei manifestanti venezuelani. Tra cui le dimissioni immediate del primo ministro, la costituzione di un governo transitorio con compiti ben definiti per portare il paese verso le elezioni politiche anticipate e per garantire elezioni libere, democratiche e non più controllate dal governo e dalla criminalità organizzata, come era precedentemente accaduto. I dirigenti dell’opposizione, chiedendo ai cittadini una massiccia partecipazione per la protesta del 16 febbraio, avevano promesso e giurato loro pubblicamente, tra l’altro, che per nessuna ragione e/o motivo avrebbero indietreggiato di un passo dalle loro richieste e che tutte le promesse fatte sarebbero state mantenute e rispettate. I cittadini albanesi hanno di nuovo creduto loro, nonostante le deludenti esperienze precedenti. Il 18 febbraio 2019 l’autore di queste righe, riferendosi alla protesta decisa e chiamata dai dirigenti dell’opposizione, informava il nostro lettore, tra l’altro, che “il 16 febbraio scorso i cittadini sono scesi in piazza numerosi. È stata una partecipazione molto significativa e, in qualche modo, anche inattesa. Perché sono state veramente tante le delusioni avute precedentemente dai dirigenti dell’opposizione in eventi simili. Soprattutto dopo il grande e clamoroso tradimento di tutte le aspettative e della fiducia data dai cittadini durante i tre mesi della “Tenda della Libertà””. Così era stata chiamata, la “Tenda della Libertà”, la protesta pacifica e ad oltranza dei cittadini a Tirana, durata per tre mesi; dal 18 febbraio al 18 maggio 2017. E guarda caso, proprio due anni dopo, il 16 febbraio 2019, cominciava la sopracitata stagione di proteste. Una coincidenza forse, ma anche questa nuova stagione è finita, deludendo le aspettative dei cittadini. Allora, 18 maggio 2017, i cittadini si sono sentiti delusi e traditi, dopo tre mesi di una crescente e convincente protesta, da un inatteso e famigerato accordo, mai reso trasparente, tra l’attuale capo dell’opposizione e l’attuale primo ministro. Accordo che ha garantito, un mese dopo, all’attuale primo ministro un secondo mandato. Chissà cosa accadrà adesso?!

Le promesse mai mantenute dei dirigenti dell’opposizione albanese sono purtroppo una costante. Sono un vizio, le cui conseguenze stanno generando gravi conseguenze. Adesso, dopo la sopracitata decima e ultima massiccia protesta dell’8 luglio scorso, non si sente più parlare di proteste. Non si sente parlare di governo transitorio per portare il paese alle elezioni anticipate. I dirigenti dell’opposizione hanno “stranamente” dimenticato quanto dichiaravano per mesi, dal gennaio 2019, durante le proteste e fino a poco tempo fa. Non si sente più parlare neanche delle condizioni non negoziabili dell’opposizione, secondo le quali “il primo ministro deve lasciare subito il posto” e che “non si possono svolgere più elezioni con questo primo ministro”. Non si sentono più dalla bocca del capo dell’opposizione frasi come “Non c’è più compromesso con il male”, cioè il primo ministro. Oppure “Il suo allontanamento (del primo ministro; n.d.a.) è non negoziabile, per poi aprire la strada alla volontà del popolo e alle elezioni libere”. Anzi, il 23 ottobre scorso, lo stesso capo dell’opposizione ha fatto pubblicamente una dichiarazione completamente diversa. Senza batter occhio, lui ha detto che “Noi siamo pronti ad andare alle elezioni anticipate da domani”. Perché e come mai? Cos’è successo nel frattempo? Ma adesso, come minimo, lui ha il dovere istituzionale di spiegare agli albanesi che hanno protestato dal 16 febbraio per dieci volte e massicciamente se aveva mentito allora o se mente adesso. O l’una o l’altra. Perché non si possono accettare tutte e due allo stesso tempo. Fatti alla mano, sembra che l’attuale capo dell’opposizione albanese abbia il vizio di non mantenere mai le promesse pubblicamente fatte. Un vizio che continua a fare danni.

Chi scrive queste righe pensa che i dirigenti dell’opposizione hanno deluso e offeso di nuovo le aspettative dei cittadini. O per la loro incapacità, oppure, e malauguratamente, perché stanno seguendo altri scenari, comunque a scapito dei cittadini. Facilitando, così, la restaurazione di un nuovo regime; cosa che sta realmente accadendo in Albania. Egli è altresì convinto che una maggioranza porta il paese alla dittatura quando ha di fronte un’opposizione irresponsabile, debole e incapace.

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