Attualità

Il ritardo culturale accademico

Considerati tra i maggiori esperti di economia mondiali i proff. Alesina e Giavazzi criticano le posizioni di Trump sui dazi (dimenticando come  questa politica sia stata avviata ben prima dalla stessa Unione Europea con l’alluminio) citando la legge di Samuelson. Sostanzialmente questa teoria afferma come  la differenza di costi di produzione tra Cina e Stati Uniti, per esempio, nella produzione di magliette e computer provocherà essenzialmente la sparizione nell’industria tessile negli Stati Uniti che verrà sviluppata (il termine delocalizzazione produttiva risulta sconosciuto) in Cina mentre la realizzazione dei prodotti alto di gamma, come i computer, troverà massimo sviluppo negli Stati Uniti.

Questa teoria  dei “vantaggi comparati” si basa (semplificando) sulla analisi di  due Nazioni come Stati Uniti e Cina che presentano costi  del lavoro  fortemente differenti.

E’ evidentemente come questa analisi comparativa possa venire applicata a tutte le nazioni dell’Occidente sviluppato rispetto a quelle del Medio ed estremo Oriente e dell’Africa Occidentale.

La  maggiore incidenza percentuale dei costi di produzione per i prodotti a minore valore aggiunto rispetto ad una produzione alto di gamma inevitabilmente ha determinato lo spostamento della produzione, per esempio di magliette, nei paesi a basso costo di manodopera. (*)

Francamente si rimanere basiti sentendo una teoria economica applicata “sic et simpliciter” in un contesto storico economico in continua e progressiva  evoluzione. Anche perché la storia contemporanea sta evidenziando come il vantaggio competitivo in ambito tecnologico (vedi 5G) proprio della Cina e dei paesi dell’estremo Oriente dimostri esattamente che la differenziazione tra prodotti di alto e basso di gamma come di alto o basso contenuto tecnologico risulti sostanzialmente superata in un’analisi comparativa.

In più le delocalizzazioni produttive non vengono introdotte in applicazione dei principi della legge di Samuelson ma semplicemente hanno rappresentato l’applicazione del principio speculativo mediato dal settore finanziario al settore industriale. Una legittima strategia che presenta l’unico obiettivo non tanto della crescita delle aziende quanto della riduzione dei costi e di conseguenza di un maggiore rendimento del capitale investito (Roe).

Sembra incredibile come due  tra i maggiori economisti del mondo non attribuiscano importanza in un’ottica di sviluppo strategico al “reshoring produttivo” (uno degli obiettivi della politica dell’amministrazione statunitense odierna).

Inoltre, a puro titolo di cronaca, le ultime rilevazioni statistiche dimostrano come il nostro Paese non cresca da oltre vent’anni, quindi ben prima della nascita del mercato globale che avrebbe dovuto rappresentare la  panacea per lo sviluppo senza limiti e tanto meno confini. Inoltre la stessa globalizzazione, con la conseguente concorrenza tra sistemi fiscali nazionali, ha dimezzato le tassazione societaria (fonte WSJ) la quale non ha determinato come conseguenza alcun aumento dei consumi specialmente per le economie occidentali ed in particolare italiana.

Il ritardo culturale viene poi dimostrato ancor più dalla mancata analisi del contesto contemporaneo  nel quale la digitalizzazione permette trasferimenti tecnologici in tempo reale indipendentemente dalla nazione nella quale  vengano  ideati ( https://marketingambientale.blogspot.com/2017/11/francesco-pontelli-economista.html?m=1).

Il contesto economico contemporaneo viene inteso come cristallizzato e quindi privo di ogni evoluzione nell’analisi di Alesina e Giavazzi i quali  non riservano alcuna importanza al fattore  evolutivo.

Se sono queste le intelligenze di riferimento vent’anni dopo l’ingresso nel terzo millennio dalle quali dovrebbero trovare uno spunto tutte le strategie economiche del mondo occidentale fermiamoci un attimo perché il loro ritardo culturale, esattamente come il nostalgico ritorno ai mercati bloccati e chiusi tanto cari ai sovranisti, non ci permettono di nutrire alcuna speranza.

Il  vero declino culturale emerge quando le classi apicali della società continuano ad applicare regole economiche come se negli ultimi vent’anni non fosse cambiato il mondo nella sua globalità ma come  semplice esibizione di  puro nozionismo culturale. A questa si aggiunge l’incapacità di comprendere come il mondo digitalizzato, ormai  in aggiornamento perenne, rende inevitabile la rivisitazione e la rielaborazione di  ogni legge economica.

Questo intervento in ambito economico rappresenta il segno del nostro declino inarrestabile e contemporaneamente le ragioni  del ritardo culturale di  una intera classe dirigente ed accademica. Ogni analisi economica decontestualizzata dalla evoluzione del mercato risulta assolutamente manieristica. Sicuramente la strategia deve virare verso la tutela del lavoratore più che del lavoro ma l’unico parametro oggettivo per valutare gli effetti positivi di ogni strategia o iniziativa economica viene rappresentato dalla semplice ricaduta positiva di occupazione stabile. Tutto il resto rappresenta poesia o peggio ancora ideologia.

(*) Chissà se ricordano  i due professori  dove viene prodotta la Apple (https://www.corriere.it/opinioni/19_dicembre_21/gli-errori-trump-nostri-4656361e-2422-11ea-8330-496805e4bde5.shtml)

 

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