Attualità

152 milioni di fratelli

Tanti i bambini sfruttati nel mondo

Tanti sono stimati dall’UNICEF nel 2020 i fratelli di Iqbal Masih.

Perché tanti sono stimati i bambini che vengono ancora sfruttati nel Mondo per lavorare in condizioni di dispotica disumanità e malnutrizione, spesso anche incatenati in luoghi di lavoro malsani e molto pericolosi. Iqbal fu uno di loro. Fu perché morì il 16 aprile del 1995 a soli dodici anni in seguito ad un colpo di fucile sparatogli alla schiena mentre andava in bicicletta con due suoi amici.

Iqbal il cui nome in arabo significa “prosperità”, “buona fortuna”, nasce nel 1983 a Muridke, un piccolo villaggio nei sobborghi di Lahore in Pakistan da una famiglia che versava in disperate condizioni economiche. A tre anni e mezzo lavorava in una fornace vicino casa e a quattro anni fu “prestato” dal padre ad un commerciante di tappeti per estinguere un debito contratto poco tempo prima. Nonostante il bambino lavorasse fino a quattordici ore al giorno e per sei (e a volte anche sette) giorni alla settimana, il debito sembrava non estinguersi mai. Malnutrito, umiliato e picchiato quotidianamente, Iqbal riuscì a fuggire una prima volta all’età di nove anni ma fu ritrovato solo poche ore dopo dalla polizia (grazie ai soliti ruffiani) e riportato subito al suo “datore di lavoro” (d’ora in poi “il padrone” o “l’aguzzino”) che lo incatenò al macchinario dove era solito lavorare. Le punizioni erano tante e molto severe. A volte, come raccontava Iqbal, venivano costretti a stare sotto il sole dentro un recipiente di metallo senza né mangiare né bere. “Sono finito due volte dentro a quel recipiente: una volta da solo ed un’altra insieme ad un ragazzo malato di polmoni, che dopo qualche giorno morì senza che nessuno avesse chiamato un medico per curarlo”. Lo stesso anno, siamo nel 1993, insieme ad altri bambini, riesce ad allontanarsi dalla fabbrica per qualche ora per partecipare ad una manifestazione organizzata a Lahore dal Fronte di Liberazione dal Lavoro Forzato (BLLF – Bonded Labour Liberation Front). Rientrato in fabbrica, si rifiutò di continuare a lavorare nonostante venisse continuamente e violentemente picchiato. Il “padrone” iniziò a minacciare anche la sua famiglia al punto da costringerla ad abbandonare il villaggio. Fra le minacce arrivò persino a sostenere che il debito anziché diminuire (dopo 5 anni di sfruttamento del bambino!!!) era piuttosto aumentato e di molto per via delle spese di vitto, alloggio e per i tanti (a detta sua) errori di lavorazione dei tappeti. La protesta di Iqbal fu così decisa che riuscì a lasciare il suo aguzzino per essere ospitato presso una struttura gestita dal Fronte di Liberazione (il BLLF). Per lui si trattò della fine di un incubo, ma non riusciva comunque ad accettare l’idea che milioni di altri bambini nel mondo vivessero in queste  disumane condizioni. Così, dopo diversi giorni di riposo ed una alimentazione più adeguata per cercare di recuperare un minimo di forze (il suo corpo rimase segnato comunque dalla malnutrizione e dalle posizioni imposte dal duro lavoro al telaio) si mise a studiare e a disposizione per viaggiare in tutto il Mondo per smuovere l’opinione pubblica sui diritti negati a milioni di bambini come lui per produrre beni (spesso inutili) di consumo. Grazie alle sue denunce di sfruttamento centinaia di fabbriche di tappeti in Pakistan vennero chiuse contribuendo alla liberazione dalla schiavitù di migliaia di bambini. Una volta raccontò che il suo più grande desiderio era quello di poter ritornare presso la casa della nonna che stava vicino al mare perché gli piaceva tanto giocare sulla spiaggia. Per la sua morte si parlò di un tragico incidente. Ad ognuno le sue responsabilità (e le sue colpe). Ad Iqbal tutta la nostra ammirazione e gratitudine.

Se ancora oggi nel mondo vengono stimati circa 152 milioni di schiavi bambini le cause non vanno di certo solo ricercate nelle singole comunità o nazioni dove il problema è più presente (nota: in Italia nel 2013 sono stati stimati circa 260.000 minori tra 7 e 15 anni con una qualche esperienza di lavoro illegale).

Fondamentale, infatti, è chiedersi cosa producono questi bambini sfruttati e dove vengono commercializzati questi prodotti. La richiesta di risorse minerarie e di alimenti, manufatti e prodotti di largo consumo a basso costo in questi anni è decuplicata. Miniere, cave, fornaci, vetrerie, concerie, campi di banane, caffé, cacao, laboratori e industrie tessili, plastiche, etc sono luoghi pieni di milioni bambini sfruttati e malnutriti a cui si devono aggiungere i milioni di bambini sfruttati e abusati sessualmente nell’industria del turismo sessuale mondiale.

Se c’è la richiesta nasce l’offerta. Questo è quello che ci insegnano a scuola quando si parla della “mano invisibile” del mercato. Ma questa “mano” era invisibile nel 1800 ma oggi non lo è più. Oggi sappiamo che dietro ad un cellulare, ad un computer, ad una tazzina di caffé o ad una tavoletta di cioccolata, ad un paio di jeans, ad una T-shirt, ad un paio di scarpe da ginnastica, ad un peluche per neonati, ad un qualsiasi gadget o come dietro a centinaia di altri prodotti ci può essere sfruttamento umano e/o animale e comunque sempre ambientale.

Allora se Iqbal è stato davvero un bambino coraggioso e a cui tutti dobbiamo qualcosa (perché dopo di lui comunque il mondo è stato un luogo migliore di quello che lui aveva trovato o meglio, che noi gli avevamo fatto trovare) noi oggi sappiamo che per contribuire anche al miglioramento delle condizioni di milioni di bambini sfruttati in tutto il mondo possiamo fare qualcosa ogni volta che decidiamo di acquistare e (ancor meglio) di non acquistare un prodotto inutile e comunque di cui la provenienza e produzione non è garanzia di rispetto e diritti dei lavoratori. Informiamoci e, dove esistono, leggiamo bene le etichette. Al contempo, dobbiamo certamente contribuire a richiedere che questi diritti vengano estesi in ogni Paese del mondo con il quale intessiamo rapporti culturali e commerciali. Domanda e offerta. Se la domanda di un prodotto è relegata solo al suo prezzo non ci meravigliamo se anche in occidente tante aziende non riescono più a sostenere i costi del lavoro esportando le loro produzioni dove i lavoratori sono sottopagati (quando va bene) e sfruttati. Pena. Il coraggio di rinunciare e/o di boicottare. La somma di tutti i nostri eccessivi e scriteriati consumi sta contribuendo, non solo a depauperare il pianeta ma anche allo sfruttamento di milioni di esseri umani e allo snaturamento della natura umana per vile denaro. Perché arrivare a sfruttare, incatenare, malnutrire un bambino (un bambino!), come anche un animale, non può e non deve essere cosa di questo mondo. Ora che la mano non è più “invisibile” non possiamo fare finta di niente.

A voi americani piacciono i tappeti, le coperte, gli asciugamani a poco prezzo che noi produciamo […] Io mi appello a voi affinché fermiate le persone dall’usare i bambini come manodopera, perché i bambini hanno bisogno di una matita e non di strumenti da lavoro

Tratto da un discorso di Iqbal Masih (1983 – 1995) tenuto a Boston nel 1994.

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