
Milano aveva ancora quel retrogusto di “malinconia post-festa” tipico di chi è rimasto orfano delle grandi emozioni olimpiche. Ma mercoledì 25 febbraio in Piazza Duomo, l’atmosfera è cambiata. La staffetta della fiamma paralimpica ha restituito alla città quel battito che sembrava sopito, con un’intensità che – a detta di molti presenti – ha superato persino quella dei colleghi olimpici.
Il motivo è semplice: non c’era traccia di pietismo. Milano non è città da sconti emotivi, oggi in piazza si respirava rispetto puro. Gli atleti, veri e soli protagonisti capaci di oscurare le pur presenti passerelle istituzionali, hanno ricordato a tutti che non stiamo parlando di una “versione ridotta” dello sport, ma della sua espressione più cruda e tenace.
Il termine stesso, Paralimpiadi, porta in sé una dignità assoluta. Nascono come Olimpiadi parallele, un binario che corre accanto a quello dei normodotati con la stessa velocità e lo stesso valore. Le Paralimpiadi nascono proprio così: come giochi “paralleli”, un binario gemello che corre con la stessa dignità di quello classico.
Ed è un viaggio incredibile, iniziato nel 1948 con soli 16 atleti reduci di guerra a Stoke Mandeville e portata in Italia dal genio e dal cuore di Antonio Maglio. Da quei 400 di Roma 1960 ai numeri vertiginosi di oggi, oltre 4.000 campioni giunti da tutto il mondo per sfidarsi a Milano Cortina 2026. Numeri che raccontano una rivoluzione culturale prima ancora che atletica.
Ora però, evitiamo che questa energia si disperda nel traffico di domani; la vera legacy di queste giornate non dovrebbe restare chiusa in un cassetto di ricordi.
Perché non pensare di rendere questo fuoco imperituro? Sarebbe un gesto di straordinaria potenza simbolica accendere una fiamma perenne nel braciere dell’Arco della Pace. Un fuoco che non ricordi solo i record o le medaglie, ma che funga da richiamo costante all’importanza dello sport come diritto universale e strumento di dignità.
Una fiamma che dica a ogni ragazzo, a ogni cittadino che attraversa Parco Sempione: “Qui non si celebra la fine di un evento, ma l’inizio di una consapevolezza”. Lo sport è inclusione, la differenza è ricchezza. E Milano, oggi, ha dimostrato di averlo capito meglio di chiunque altro.




