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2021. Il governo si accinge a varare gli ennesimi bonus fiscali il cui effetto sulla ripresa economica risulta quantomeno dubbio, specie per il settore delle auto elettriche, e soprattutto lascia invariato il potere di acquisto della cittadinanza.

Ancora dentro la crisi pandemica e con una possibile quarta ondata in prospettiva, all’interno della maggioranza parlamentare la compagine in delirio per la “vittoria” elettorale (Pd) rilancia il decreto Zan mentre l’altro “alleato” (Lega) replica con la volontà del sistema pensionistico premiante, come se tutto questo fosse prioritario per la crescita del Paese.

Il presidente di Confindustria critica aspramente, e finalmente, l’azione di governo sia in relazione ai mancati finanziamenti per la riduzione del cuneo fiscale quanto alla derubricazione del patent box declassato da una detassazione del reddito ad una deduzione dei costi.

Questa potrebbe comunque rappresentare la legittima fotografia di una normale dialettica tra soggetti istituzionali i quali, fedeli al proprio ruolo istituzionale, si preoccupano essenzialmente del mantenimento dell’equilibrio del quadro nazionale economico finanziario (governo) e dell’affermazione della propria ideologia politica (i partiti della maggioranza e dell’opposizione) oppure del miglioramento delle condizioni di competitività dei propri associati (Confindustria).

Un quadro tutto sommato “normale” da trent’anni a questa parte ma solo per un paese con un debito pubblico ragionevole unito ad una consolidata crescita e che magari non stesse uscendo da una crisi pandemica con un tracollo dell’economia quasi doppio rispetto a quanto subito dai paesi concorrenti.

Va ricordato come il nostro Paese si trovi nel secondo contesto quindi di una reale emergenza all’interno del quale i fattori negativi contemporanei pandemici esaltano e aumentano a livello esponenziale le criticità espressione delle sciagurate politiche economiche dei governi precedenti negli ultimi decenni.

Risulta, quindi, assai difficile esprimere un giudizio completo ed esaustivo in relazione alla politica economica ed istituzionale contemporanea quando emergono evidenti anche gli effetti attribuibili alle politiche governative delle passate legislature.

Da poco, tuttavia, risulta disponibile un dato oggettivo quanto indiscutibile pubblicato dall’Ocse (*) che avrebbe dovuto guadagnare le prime pagine di tutti i giornali mentre tutto sommato è passato decisamente sottotraccia forse anche per una forma di imbarazzo. Come riporta il grafico (sempre fonte Ocse) dal 1993 ad oggi le retribuzioni in Italia si sono ridotte del -3,7% mentre in Germania si assiste ad un’importante crescita del +33,7%. La forchetta tra i due sistemi politico-economici ed espressione delle due maggiori economie manifatturiere nella retribuzione media a parità di mansioni tra Germania ed Italia risulta quindi del +37,4% a favore dei lavoratori germanici. Leggermente inferiore il gap con la Francia, ma comunque notevole, come indicatore della “povertà acquisita” dai cittadini italiani con una forchetta nelle retribuzioni del -33,3% di quelle italiane rispetto a quelle transalpine.

Un dato tanto imbarazzante quanto incontrovertibile ed indicatore di come la fauna politica, attraverso le diverse coalizioni di governo, in associazione con il mondo accademico e degli economisti dal 1993 ad oggi abbia sempre varato delle politiche finalizzate alla creazioni di condizioni economiche favorevoli per i vari gruppi di interesse, in modo lecito si spera, ponendo in secondo piano il sostegno alla domanda interna.

Il grafico non è in grado di evidenziare se tali scelte strategiche e gestionali dei diversi governi emergano come espressione di una imperizia ed impreparazione della classe politica nella sua articolata complessità (1), oppure esprimano un chiaro disegno all’interno del quale si è scelto razionalmente di utilizzare parte delle risorse pubbliche con l’obiettivo  di  “favorire” determinate categorie imprenditoriali (Concessionari autostradali?) e soggetti privati il cui costo inevitabilmente sarebbe stato l’impoverimento di cittadini italiani (2).

Si pensi alla scelta di privatizzare a costi irrisori il sistema autostradale che hanno reso imprenditori con aziende in difficoltà veri e propri esattori fiscali i quali, attraverso la riduzione del 98% delle spese di manutenzione, sono riusciti in soli vent’anni a provocare la morte di 43 persone sul ponte di Genova ed a continuare a godere della stima dello stesso mondo imprenditoriale e politico e con un risultato netto di quindici (15) miliardi di attivo.

Lo stesso continuo aumento della pressione fiscale con oltre 116 miliardi di nuove tasse nel terzo millennio ha determinato solo l’esplosione della spesa pubblica ma ha reso paradossalmente ancora più poveri i cittadini.

Solo per fornire un termine di paragone il mercato immobiliare risulta in crescita di oltre l’85% dal 2000 ad oggi estromettendo così ogni anno una quota di popolazione dalla possibilità di acquistare la prima casa.

A tutto questo va aggiunto l’effetto drenante di liquidità disponibile per i consumi nazionali in quanto da anni emerge evidente come la redistribuzione della ricchezza attraverso lo strumento della politica fiscale rappresenti un fallimento clamoroso e i dati presentati dall’Ocse lo dimostrano ancora una volta quanto quelli pubblicati dalla Cgia di Mestre che quantifica in oltre duecento (200) miliardi gli sprechi della spesa pubblica.

In questo contesto, poi, i tagli orizzontali per settori fondamentali, come la sanità, operati da tutti i governi a partire da Monti in poi, confermano il trend supportato da aggiuntivi aumenti di accise Iva etc. Così a nulla sono serviti tutti gli aumenti di produttività del sistema privato dal 1999 cresciuta di 29 punti ma contemporaneamente diminuita nella pubblica amministrazione di 12,5 punti. Una spesa pubblica che rappresentava allora come oggi la prima forma di potere di un sistema politico ormai distaccato dai reali bisogni e legittime aspettative dei cittadini (26.11.2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/). Una distanza resa tale anche dalla assoluta certezza della irresponsabilità relativa alle proprie azioni che ha garantito libertà di azione a tutti i governi dal 1993 ad oggi. Solo per fare un esempio banale si pensi come gli ultimi dati indichino il prezzo del gasolio in Germania ad 1,5 euro mentre in Italia segna oltre 1,68 euro. Sintonizzando però il prezzo dello stesso gasolio alla reale disponibilità economica dei consumatori italiani dovrebbe avere oggi un prezzo alla pompa attorno a 1.08 euro/litro.

Nonostante questo extra gettito fiscale pagato da decenni dal mondo degli automobilisti e del trasporto merci l’attuale ministro della “transizione ecologica”, completamente “ignaro” dell’extracosto a carico dei contribuenti italiani, ha persino l’ardire di volere aumentare il carico fiscale sul prezzo del gasolio alla pompa ignorando anche solo le terribili conseguenze a livello inflattivo e di drenaggio di risorse a sostegno della domanda interna. Allora ecco come ogni disquisizione o ricetta relativa alla competitività necessaria alla nostra economia per vincere la concorrenza all’interno del mercato globale diventa offensiva per chi la deve ascoltare e imbarazzante per chi la propone. Basti pensare ad un tragitto tra Stoccarda e Monaco di Baviera pari a circa 235 km: la medesima distanza tra Padova e Milano. Saliti a bordo dell’auto in Germania si consumeranno circa 15/20 litri di gasolio a seconda della velocità. Costo complessivo per 15 litri 22,5 euro. Lo stesso percorso lungo l’autostrada A4: ai 24 euro del costo del gasolio vanno aggiunti oltre 21 euro del costo del pedaggio, totale solo andata 45 euro rispetto ai 22.5 spesi in Germania. Quindi l’extracosto diventa di 45 euro rispetto al consumatore tedesco considerando anche il ritorno.

Si pensi questo confronto di costi inserito nel trasporto merci quanto possa incidere sul prezzo finale delle merci e poi qualcuno ha pure il coraggio di parlare dell’importanza di un aumento della produttività quando la partita risulta compromessa dalle politiche ottuse dei responsabile della assurda tassazione.

Il grafico fa emergere in modo inequivocabile quanto la politica abbia adottato il principio caro gli operatori finanziari per i quali i risparmiatori rappresentano “il parco buoi”. Negli ultimi trent’anni non una sola voce si è alzata a tutela della domanda interna o per ridurre la famelica voracità dello Stato.

E’ aumentata quindi la tassazione diretta ed indiretta con l’inevitabile effetto drenante sulla potenzialità di acquisto e consumo dei cittadini, medesima sorte riservata a tutte le attività legate al suo valore ma non tutelata in quanto considerata espressione di un parco buoi indegno di una qualsiasi tutela o attenzione.

L’Ocse finalmente chiarisce i nefasti effetti di questa negazione delle tutele individuali opposte nel delirio ideologico a quelle “sociali”.

Quando, poi, all’aumento del Pil non corrisponda una crescita della ricchezza disponibile per la popolazione allora la stessa crescita risulta espressione di una NON equa ripartizione delle risorse quanto delle opportunità e dei vantaggi. In altre parole il fallimento di una classe politica e dirigente.

Ora il nostro Paese si trova laconicamente più povero pur avendo però destinato risorse immense alla spesa pubblica. Di fronte a questi risultati in un paese normale l’intera classe dirigente e politica ne dovrebbe rispondere in solido e successivamente farsi da parte. Invece, interpretando in modo estensivo il proprio mandato elettorale, si considera al di sopra della parti. Le parti sarebbero poi i cittadini.

(*) OCSE Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Organizzazione internazionale di studi economici dei paesi sviluppati aventi in comune un’economia di mercato.

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