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Dal boom economico ai motorini elettrici

Il 20 settembre 2021 un sicuro e raggiante ministro Brunetta dichiarò “…momento magico per l’Italia, viaggiamo verso il 7% di aumento del Pil…”. Un valore percentuale positivo certamente ma di per sé abbastanza relativo in quanto basato sui valori del 2020, un anno durante il quale il nostro Pil aveva segnato un oltre -9,3%, quindi quasi il doppio rispetto alla Germania.

E’ evidente come da una base statistica di questo livello gli incrementi percentuali, pur assumendo un indice numerico importante, considerati in valore assoluto si dimostrino decisamente meno entusiasmanti.

Precedentemente il governo aveva stanziato poco meno di quattro (4) miliardi con l’obiettivo di attenuare l’impatto della crescita dei costi energetici a favore dei nuclei familiari meno abbienti a dimostrazione di come fosse perfettamente a conoscenza delle dinamiche delle quotazioni energetiche e quindi degli effetti impattanti a danno del sistema industriale. Al quale tuttavia non destinò alcuna risorsa né nei capitolati della spesa pubblica né tanto meno delle risorse provenienti dal PNRR.

A gennaio 2022, cioè a meno di quattro (4) mesi, il sogno di Brunetta si infrange clamorosamente contro la dura realtà nella quale da un boom economico si passa direttamente alla chiusura delle aziende a causa dell’esplosione dei costi energetici. Una situazione ampiamente anticipata dai rappresentanti delle diverse categorie delle imprese mentre contemporaneamente governo e sindacati (per i quali la tutela dei lavoratori non sembra più essere “la priorità”) si occupavano, fino a poco prima di Natale, delle pensioni nel più assoluto disinteresse per le richieste provenienti dall’economia reale e relative alle problematiche energetiche. E nel nostro Paese contemporaneamente si allestiva il “banchetto di spesa” finanziato con il PNRR per soddisfare anche gli appetiti di enti locali (60 mld) e finalizzato sostanzialmente a finanziare piste ciclabili con la piena soddisfazione del governatore del Veneto sorvolando su come al porto di Venezia (vero asset in grado di creare occupazione ed incremento del Pil) non venisse attribuita alcuna risorsa.

Si “investe” in adeguamenti energetici di teatri e cinema mentre si continuava a blaterare di transizione ecologica ed ambientale r contemporaneamente va ricordato come il costo del gas sia aumentato del 723% con un impatto devastante per il sistema industriale italiano e delle Pmi italiano.

Mentre per le nuove e per ora solo annunciate riaperture delle estrazioni di gas nel mare Adriatico bloccate dal governo Conte (costo del mq di gas italiano estratto 5 euro contro i 175 attuali del mercato energetico) si attende ancora il via, a tutto beneficio della Croazia che non ha mai smesso di estrarlo.

In questo delirio di spesa pubblica finanziata con il PNRR il sistema industriale si trova di fronte all’impossibilità di evadere gli ordini acquisiti, segno di una timida ripresa, in quanto con l’esplosione dei costi energetici vengono meno anche le semplici economie in scala sulle quali si basa la produzione industriale e, di  conseguenza, le imprese ricorrono alla cassa integrazione oppure si vedono costrette ad una, si spera, solo temporanea chiusura.

Con questo disastroso scenario che coinvolge tanto le grandi quanto le micro imprese (a Belluno alcuni bar staccano i frigoriferi per abbassare il consumo di energia elettrica) il governo, ancora una volta con un pesantissimo ritardo, dichiara di avere trovato poco più di un miliardo (1,7 mld) per ridurre l’impatto dell’impennata dei costi. Risorse finanziarie le quali, complessivamente con i precedenti stanziamenti, copriranno meno del 6% dei rincari totali.

Viceversa in Francia il governo ha approvato una legge il cui impianto normativo si concentra sul divieto dell’aumento delle bollette oltre il 4% con l’inevitabile tracollo in borsa di -25% di Edf (la società di produzione energetica) alla quale viene addebitato il costo aggiuntivo di oltre otto (8) miliardi.

Questa scelta controversa, tuttavia, è espressione di una strategia, certamente non esente da costi aggiuntivi per lo Stato di circa venti (20) miliardi, la quale però va interpretata come un atto estremo finalizzato a salvaguardare il tessuto industriale ed imprenditoriale nazionale.

Nel medesimo periodo e precisamente il 13 gennaio 2022 il governo Draghi risponde in questo sempre più problematico contesto internazionale con il finanziamento del bonus per i motorini elettrici in perfetta continuità con i bonus monopattini dei disastrosi governi Conte, ad ulteriore conferma attraverso questi atti precisi e puntuali della “consapevolezza e presa in carico” della situazione economica in atto dei rappresentanti governativi.

Il livello di Improvvisazione ed impreparazione dimostrati da questo governo “dei migliori” e dai suoi ministri economici sono inaccettabili ma soprattutto deleteri nella gestione dell’emergenza sanitaria ed economica del nostro Paese determinata anche dalle dinamiche dei costi energetici.

Senza poi dimenticare l’assoluta latitanza confermata dal totale disinteresse verso la spirale inflazionistica che ridurrà il già esiguo potere di acquisto delle fasce più deboli della cittadinanza partendo dalla certezza della transitorietà dello stesso fenomeno inflattivo (non certo dell’impatto si dovrebbe aggiungere).

Come nella esilarante affermazione ministeriale di un boom economico nel 2021 per il nostro Paese così ora a soli quattro mesi di distanza, nel 2022, per la problematica inflattiva la presunzione dimostrata dal governo Draghi si sposa alla assoluta incapacità gestionale di problematiche complesse riguardanti i cittadini ed ovviamente il sistema delle imprese.

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