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Debito pubblico: l’ennesima strategia che confonde effetti e cause

Risulta sicuramente interessante la proposta di Giulio Tremonti e Sabino Cassese circa l’utilizzo della Cassa depositi e prestiti come Market unit per privatizzare asset pubblici ed attraverso il ricorso al mercato diminuire di conseguenza il debito pubblico.

Sarebbe altrettanto interessante ,tuttavia, comprendere quanto nella realtà effettiva la campagna di privatizzazione degli anni ‘90 abbia portato in termini di servizio agli utenti e consumatori e benefici stabili nella determinazione del rapporto debito/PIL. Ancora si odono, infatti, gli echi dell’ intera  schiera di politici, docenti ed economisti i quali affermavano all’unisono come la privatizzazione di asset pubblici non performanti rappresentasse una scelta finalizzata all’efficientamento della struttura oggetto di tale operazione.

A distanza di vent’anni il disastroso stato delle infrastrutture autostradali italiane sembrerebbe dimostrare esattamente il contrario pur rimanendo valido il vero motivo di tale operazione, cioè la riduzione del debito pubblico. Al principio dell’efficientamento, va ricordato, è stato legittimamente preferito (come  ampiamente prevedibile) da parte degli investitori privati quello della massificazione della Roe mentre il modello di gestione pubblica delle infrastrutture autostradali tedesco e quello della “vignetta” svizzera rappresentano modelli lontani dalla realtà italiana così come per l’ammontare dello stesso rapporto debito/PIL. Quindi, nello specifico, la privatizzazione avrebbe l’importante ed unica funzione di ridurre il peso del debito pubblico anche se con disonestà intellettuale si invocava l’efficientamento, senza valutare l’inevitabile costo economico e sociale per l’utenza di queste operazioni finanziarie, come la situazione sistema autostradale italiano dimostra ampiamente.

In altre parole, ancora oggi il nuovo progetto di privatizzazione viene giustificato essenzialmente dal reperimento  di risorse finanziarie per ridurre il debito ed in considerazione della crescita esponenziale del nostro debito presenta  un fondamento strategico condivisibile. Tuttavia, una parte delle risorse finanziarie ottenute attraverso queste operazioni andrebbe comunque destinata all’inevitabile impatto sociale in termini di peggioramento dei servizi, come la storia ci ha insegnato. In più, l’interessante proposta o meglio riproposta da parte dell’onorevole Tremonti e di Sabino Cassese relativa all’utilizzo della CdP per alleggerire il peso del debito pubblico debito pubblico non prende  in considerazione un vizio culturale e procedurale: la decontestualizzazione dall’ambito politico italiano.

Il debito pubblico non rappresenta come nel Monopoli un’entità economica stabile e definita ma essenzialmente una grandezza relativa legata soprattutto alla esplosione della spesa pubblica ed in alcuni periodi all’accentuarsi della crisi economica. Per cui ogni progetto che valuti la gestione e l’eventuale riduzione del debito pubblico per offrire una visione di sviluppo nel medio e lungo termine alla nostra economia si troverebbe ad ottenere risultati marginali nel breve termine. La continua e costante esplosione negli ultimi vent’anni della spesa pubblica, che rappresenta la fonte del nostro debito pubblico, annienta ogni prospettiva di successo. In questo contesto, quindi, l’interessante proposta risulta già ora minimale negli effetti ed errata nella sua contestualizzazione in quanto l’intera classe politica che si succede al governo del nostro Paese continua ad utilizzare la spesa pubblica intesa come un vero e proprio strumento per ottenere il consenso politico (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

In altre parole, qualsiasi proposta relativa alla riduzione del debito pubblico che non tenga in considerazione il declino culturale che la classe politica ha dimostrato negli ultimi anni attraverso l’utilizzo irresponsabile della spesa pubblica rappresenta la motivazione del suo stesso fallimento progettuale e concettuale.

 

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