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Disoccupazione: il gioco delle tre carte più due

Come una visione salvifica periodicamente viene ripresentata la soluzione alla crisi complessa ed articolata legata alla pandemia da Covid-19: il vecchio postulato caro a Bertinotti “lavorare meno per lavorare tutti”.

L’odierna versione si arricchisce di fattori e prospettive tipici in una economia avanzata e digitale. I lavoratori all’interno di questa nuova visione 4.0 lavorerebbero meno ore percependo il medesimo stipendio ma il differenziale non sarebbe più a carico dell’azienda quanto dello Stato. Quest’ultimo si impegnerebbe in più ad organizzare dei corsi di formazione o di aggiornamento al fine di fornire una spolverata di adeguamento culturale ad una massa di lavoratori considerati ancora oggi assolutamente espressione di una economia industriale “fordista”.

Negli anni ‘90 la visione proposta dalla sinistra radicale scaricava interamente il maggior costo espresso da un aumento del Clup (costo del lavoro per unità di prodotto) sulle aziende ignorando persino il valore. Viceversa oggi si preferisce scaricare il costo come espressione aggiuntiva di un capitolo nuovo di spesa pubblica al quale si aggiungerebbero anche i costi di corsi di formazione.

Siamo tornati al gioco delle tre carte nelle quali si cerca di seguire una fantasiosa vetero visione dell’economia non ancora concorrenziale e globalizzata.

Dall’altra si cerca di infondere l’illusione di una spesa pubblica sempre più efficiente e produttiva quando poi invece alla fine la somma di questi due fattori determina semplicemente un ulteriore aumento che provocherà inevitabilmente una maggiore pressione fiscale ed una esplosione del debito pubblico.

Al vecchio gioco delle tre carte vengono aggiunte due ulteriori carte raffiguranti entrambe l’aumento della spesa pubblica (integrazione salariale e corsi di formazione).

All’interno di questa nuova visione della lotta alla disoccupazione 4.0 digitalizzata i risultati rimangono assolutamente invariati ma soprattutto economicamente insostenibili.

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