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Il Covid si combatte con una lotta più efficiente all’inquinamento

Quarantottesimo giorno dalla chiusura delle prime  provincie identificate come zona rossa  e quarantaquattresimo dalla chiusura di tutta Italia, oggi apprendiamo che uno studio della società di medicina ambientale, con le università di Bari, Bologna, Triste e di Napoli, ha identificato il Covid nel particolato PM. Sono stati eseguiti 34 campioni di PM10 in aree industriali della bergamasca, dal 22 febbraio al 13 marzo, e in almeno 8 delle 22 giornate, con 12 campioni positivi, è stato identificato il virus. In condizioni di stabilità atmosferica, e con alte concentrazioni di PM, le micro goccioline infette si stabilizzano sulle particelle e generano dei cluster aumentando la persistenza del virus nell’atmosfera. Le goccioline di saliva possono arrivare, in certe condizioni, anche a 10 metri di distanza, è perciò necessario tenere basse le emissioni di particolato.

L’epidemiologo Prisco Piscitelli ricorda come quanto è avvenuto in Cina, in Italia e negli Stati Uniti, specie nello stato di New York, dimostra che il virus è stato più virulento nelle aree con alti livelli di particolato, da qui la necessità di tenere sotto controllo l’emissione  di polveri sottili e l’ulteriore conferma della necessità di mascherine anche in luoghi chiusi quando vi è presenza di più di persone. Lo studio dimostra come sarà utile continuare a testare l’aria per verificare la presenza del virus nell’atmosfera come indicatore per la sua presenza o ricomparsa. Resta perciò evidente che la lotta al virus attuale ed altre eventuali pandemie ha come presupposto una diversa e più efficiente lotta all’inquinamento ed una migliore capacità di preservare l’ecosistema. Significativo inoltre  che, dopo che per settimane era stato detto dall’OMS e ripreso dall’ISS, che le mascherine non servivano oggi sia ormai evidente la necessità di utilizzarle per poter riprendere ad uscire di casa.

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