Il nuovo presidente della Bolivia rallenta l’erosione cinese del peso degli Usa in Sudamerica
La vittoria del moderato Rodrigo Paz Pereira alle presidenziali in Bolivia rappresenta una svolta importante per l’America latina: viene infatti meno un importante membro della famiglia “neo-socialista”, parte di quei governi che per lunghi tratti hanno sfilato i loro Paesi dall’orbita degli Stati Uniti proponendosi come attori di un dialogo Sud-Sud la cui agenda è stata in gran parte dettata dalla Cina. Tolti i regimi fortemente autocratici ancora in piedi – da Cuba al Nicaragua, passando per il Venezuela – la Bolivia è stata soprattutto per mano di Evo Morales (2006-2019) uno dei Paesi più determinati ad applicare la formula divenuta popolare a inizio secolo: rapporti con Washington al minimo e grandi affari con Pechino, prima tramite la vendita delle abbondanti materie prime per finanziare la generosa spesa pubblica interna, con l’invito alle imprese a partecipare ai grandi progetti infrastrutturali. Paz Pereira ha già fatto sapere che ripristinerà le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte nel 2008 nel pieno di una crisi tra Morales e l’amministrazione Usa guidata dall’allora presidente George W. Bush, sorta a seguito dell’espulsione dell’ambasciatore e dei funzionari dell’agenzia antidroga Dea. Il presidente eletto ha anche annunciato che alla cerimonia di insediamento, in programma l’8 novembre prossimo, non inviterà i capi di Stato di Cuba, Venezuela e Nicaragua, che “chiaramente non sono democrazie”.
L’importanza della svolta registrata a La Paz è riflessa anche in un comunicato congiunto in cui dieci governi del continente americano – tra cui Stati Uniti, Argentina ed Ecuador – si dicono pronti “a sostenere gli sforzi dell’amministrazione entrante per stabilizzare l’economia della Bolivia e aprirla al mondo”, benedicendo “l’allontanamento dalla cattiva gestione degli ultimi due decenni”. Le ultime elezioni hanno peraltro quasi reso invisibile il Movimento per il socialismo (Mas), il partito che ha sostenuto i governi Morales intestandosi le battaglie dei contadini e delle popolazioni indigene, le stesse che già nei mesi scorsi hanno indetto manifestazioni e blocchi stradali contro i primi, timidi, annunci di riforme liberali. Un monito che il governo entrante prende sul serio promettendo una transizione non “traumatica”. Un percorso analogo a quello intrapreso dalla Bolivia lo ha perfezionato lo scorso aprile l’Ecuador, con la rielezione di Daniel Noboa a presidente. Il giovane esponente di una famiglia imprenditoriale ha battuto per due volte Luisa Gonzalez, la parlamentare su cui aveva scommesso Rafael Correa – presidente dal 2007 al 2017, e oggi in esilio in Belgio -, uno dei simboli della stagione del cosiddetto “socialismo del XXI secolo”. Noboa ha garantito collaborazione alla Casa Bianca – a partire dal tema della gestione dei migranti, ma anche sottoponendo a referendum l’idea di concedere alle forze Usa la base militare nelle Galapagos – e messo in campo l’obiettivo di un riequilibrio dei conti pubblici che passa anche attraverso la denuncia di contratti firmati in passato con Pechino, a partire da alcune grandi infrastrutture energetiche “pagate” con la cessione di petrolio a prezzi calmierati. La decisione di togliere i sussidi al costo del diesel, voce onerosa dei conti pubblici, ha spinto le popolazioni indigene a proclamare uno sciopero che dura ormai da oltre un mese.
Ma il Paese sudamericano che ha compiuto il cambiamento più radicale, mettendo apparentemente fine anche alla dinastia politica dei Kirchner, rimane l’Argentina. Il presidente Javier Milei, al potere dalla fine del 2023, ha subito messo in chiaro che Buenos Aires ha Washington come unico referente, dal punto di vista strategico, commerciale e militare. Un’adesione incondizionata all’Occidente, inteso come estensione dei valori liberali cari alla tradizione Usa, che non solo mette all’indice i rapporti con il “sud del mondo”, a partire dall’Iran, ma fa sì che l’Argentina sia oggi uno dei partner più convinti di Israele. Assunta la presidenza, Milei ha per prima cosa tolto la firma apposta dal predecessore, Alberto Fernandez, al trattato di adesione ai Brics, blocco ritenuto “strategicamente inutile” e con compagni di viaggio non graditi. La sintonia con la Casa Bianca ha da ultimo permesso a Milei di firmare un accordo di “swap” fino a venti miliardi di dollari, un aiuto finanziario cruciale per portare avanti la più che ambiziosa agenda di riforme, costruita su un pareggio di bilancio prima impensabile e un’apertura ai mercati a lungo negata, con l’obiettivo riportare a livelli fisiologici l’inflazione.
Della generazione di leader protagonisti della prima ondata di governi sudamericani di centrosinistra resiste Luiz Inacio Lula da Silva, tornato alla presidenza del Brasile dopo la parentesi di un altro leader strettamente legato a Trump, Jair Bolsonaro. E il Brasile è non a caso uno dei Paesi su cui si fa più sentire la strategia di pressione – commerciale ma non solo – varata dall’attuale amministrazione Usa, che ha annunciato dazi fino al 50 per cento su molti dei prodotti in uscita dal Paese e sanzioni nei confronti di alti funzionari della magistratura, in parte per la “caccia alle streghe” aperta contro Bolsonaro, in parte per le sentenze comminate a piattaforme come X e interpretate come azioni di “censura”. L’annunciato, forse imminente, dialogo tra Lula e Trump potrebbe svelare fino a che punto il braccio di ferro della Casa Bianca può piegare Brasilia. Ma rimane il fatto che sul Brasile, che intende usare la leva dei Brics anche per ridurre il ruolo del dollaro sulla scena commerciale globale, l’azione di contrasto degli Stati Uniti è molto più intensa di quella che aveva in un primo tempo permesso a Lula di ambire a un ruolo di protagonista regionale.
Una pressione sempre più intensa viene oggi esercitata dall’amministrazione Trump sulla Colombia di Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia del Paese. Petro, un passato da guerrigliere oggi rinegato, si era già misurato con Trump sulle manovre per il rimpatrio dei migranti e ha rincarato la dose nella fase più acuta della crisi di Gaza, arrivando a chiedere ai militari Usa, sulla piazza di New York, di non rispondere agli ordini della Casa Bianca. Senza contare la mancata condanna, se non il sostegno, al venezuelano Nicolas Maduro, di nuovo finito al centro delle attenzioni dell’amministrazione Usa. Negli ultimi mesi Trump ha aumentato la spinta su Bogotà annunciando prima lo stop ai finanziamenti nella lotta contro la droga, poi quelli allo sviluppo e promettendo da ultimo una tornata di dazi per punire la presunta inazione nel contrasto ai trafficanti attribuita al “peggior presidente” della storia della Colombia, egli stesso potenziale leader di un Cartello. A maggio del 2026 la Colombia tornerà a scegliere il presidente ed è ben possibile che il Paese torni a essere naturale alleato degli Stati Uniti, come lo è stato a lungo. Una contesa sulla quale si può riaffacciare a sorpresa l’ombra dell’ex presidente Alvaro Uribe (2000-2010): ieri, 21 ottobre, la Corte d’appello di Bogotà ha infatti cancellato la condanna a 12 anni inflitta a luglio in primo grado, dando forza ai numerosi seguaci del leader conservatore che guidava il Paese negli anni in cui la regione correva a sinistra.
E sempre più difficile sembra essere la vita di Nicolas Maduro a Caracas. Da metà settembre, il Comando sud delle forze armate Usa ha inviato al largo delle coste venezuelane unità militari per intercettare le rotte del narcotraffico, dando conto di periodici, anche se non sempre documentati, affondamenti di barche dei “cartelli”. La scorsa settimana Trump ha anche svelato di aver autorizzato “operazioni di terra” della Cia, sempre per disinnescare il traffico di droga, ma gli analisti regionali concordano sul fatto che si tratti di una manovra di pressione per rendere sempre meno sicura la permanenza di Maduro al potere a Caracas. Più fonti stampa riferiscono di tentativi portati avanti dal governo venezuelano per accordi che puntino a un passaggio di poteri, consentendo all’attuale presidente di abbandonare la scena senza troppi danni. Negoziati, a cui lavorerebbe in qualità di mediatore anche il Qatar, che al momento non sembrano però aver effetto. Quel che è certo è che la fiducia concessa dal governo dell’ex presidente Joe Biden a Maduro – sanzioni sospese in cambio di elezioni libere – ha fatto il suo tempo e una eventuale fine del “chavismo”, con il ritorno a destra della Colombia, riporterebbe l’intera costa settentrionale del Sud America sulle frequenze della Casa Bianca.
C’è poi il caso del Perù, Paese che nel 2024 ha inaugurato il Porto di Chancay, una imponente opera infrastrutturale che offre un nuovo terminale alle rotte del traffico marittimo sul Pacifico, tanto in direzione Asia quanto lungo le coste dell’America del nord. Si tratta del maggior investimento realizzato con capitale cinese nell’infrastruttura portuale dell’America latina. L’opera ha visto la luce sotto la presidenza di Dina Boluarte, destituita dal parlamento a metà mese per “l’incapacità morale” ad affrontare la crisi di sicurezza. Boluarte, ottavo capo dello Stato in meno di dieci anni, aveva rilevato il maestro elementare Pedro Castillo, di cui era vice, presentato come paladino dei peruviani storicamente meno rappresentati, quelli della periferia. Il potere “ad interim” è passato al presidente del Parlamento, José Enrique Jerì, fino alle elezioni generali di aprile 2026. L’uomo, da subito assediato da nuove proteste di piazza, ha presentato un governo di tecnici promettendo di congelare l’agenda politica fino al ritorno alle urne. C’è il Cile, Paese che dal ritorno alla democrazia ha mostrato solide basi istituzionali e una capacità di gestire senza particolari drammi l’alternanza di governi, come peraltro l’Uruguay e in parte il Paraguay. A Santiago, stando ai sondaggi, dopo il governo guidato dall’ex comunista Gabriel Boric, il potere dovrebbe tornare alla destra.
Nessun cambiamento è invece previsto per il Messico, la cui presidente, Claudia Sheinbaum, ha tutti i numeri per completare il sessennio di governo iniziato a metà 2024. Sheinbaum si presenta in perfetta continuità con il predecessore, Andrés Manuel Lopez Obrador, specie nella gestione dei rapporti con Washington: nessuno scontro frontale e disponibilità al dialogo su tutti i temi dell’agenda bilaterale, anche a fronte delle richieste più pressanti della Casa Bianca, dalla blindatura delle frontiere per contrastare il flusso dei migranti alla lotta ai Cartelli e al traffico di “precursori” del fentanyl in arrivo dalla Cina. Peraltro, il trattato dei Paesi dell’America del nord (Usmca) non solo certifica l’importanza del rapporto commerciale tra i suoi protagonisti, ma è – anche nella volontà di Città del Messico – lo strumento migliore per riportare nel continente le catene di produzione industriali, a partire da quella del settore automotive. Al tempo stesso, tanto Lopez Obrador quanto Sheinbaum ostentano una certa autonomia di giudizio sui temi regionali. In Messico, nel 2019, ha trovato rifugio Evo Morales in fuga dalla Bolivia per le contestazioni sulle ultime presidenziali vinte; l’ambasciata messicana a Quito ha ospitato l’ex vice presidente socialista dell’Ecuador Jorge Glas (fino a quando la polizia lo ha arrestato grazie a una inedita invasione che ha portato alla sospensione dei rapporti diplomatici). E il Messico è rimasto uno dei pochi Paesi a non denunciare, ad esempio, i pesanti brogli compiuti alle ultime elezioni in Venezuela.




