Attualità

Il “nuovo” tennis della regressione medioevale

La unicità dei valori espressi dal mondo dello sport nasce dalla distinzione rispetto ai contesti storico-politici nei quali viene praticato e dalla sostanziale lontananza dalle azioni e dalle scelte delle diverse nazioni di appartenenza dei singoli atleti. Allo sport andrebbe sempre confermato il riconoscimento della propria specificità nella quale tutti gli atleti di ogni nazione si impegnano in allenamenti e sacrifici (talvolta anche ben remunerati) e dovrebbe rappresentare l’occasione per dimostrare di possedere una cultura di livello accettabile con la consapevolezza dei valori e contesti diversi da quelli ormai sempre più invadenti della politica.

Lo sport sublima e valorizza la performance atletica e la propone agli spettatori negli stadi o attraverso la televisione, indipendentemente dalla provenienza geografica dell’atleta e dalle proprie singole posizioni politiche o attitudini sessuali, assolutamente ininfluenti nel conseguimento del risultato sportivo.

Talvolta la retorica politica cerca di impossessarsi dei risultati di un atleta per promuovere una propria retorica ma quasi sempre con scarsissimi risultati.

La triste decisione di escludere dal prossimo torneo di Wimbledon gli atleti di origine russa e bielorussa, ed ora maldestramente adottata dal Presidente del Consiglio Draghi, rappresenta invece la negazione dei valori di fratellanza ed uguaglianza dei quali ogni sport da sempre si deve rendere interprete e portatore. (*)

Se poi tale posizione, favorevole all’esclusione degli atleti semplicemente sulla base della propria provenienza geografica, viene addirittura sostenuta dal Presidente del CONI allora ci troviamo di fronte all’ennesima conferma di come gli enti rappresentativi dello sport rappresentino una semplice quanto banale emanazione di accordi politici basati sui più dozzinali accordi e scambi di interesse personali.

In questo contesto allora il declino culturale del nostro Paese, una volta culla della cultura, ci avvicina sempre molto più all’era medioevale. Anche perché se, come vengono addotti dai sostenitori di questo apartheid geografico, si vivesse veramente in tempi di guerra allora le competizioni andrebbero sospese in attesa di una tregua rendendo così lo sport stesso un valido strumento di pressione politica negli scenari di guerra.

Viceversa l’ipocrisia dominante non intende rinunciare ad una forma di business assicurata dalle manifestazioni sportive ma contemporaneamente vorrebbe pure “sbiancarsi” l’anima.

Mai come ora lo sport dovrebbe, invece, rappresentare, rispetto al contesto circostante, un’area distinta in grado di promuovere valori alti della cultura contemporanea all’interno della quale sia possibile ritrovare ancora vivi, ed anzi rafforzati, tutti i sentimenti di uguaglianza e fratellanza dei quali una volta lo sport si faceva interprete e non come adesso ridotto a misero supporto alla propaganda  politica.

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