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Import export: il saldo finale

All’interno di un mercato globale i flussi commerciali rappresentano l’hardwear del sistema stesso. Tuttavia un’analisi qualitativa degli stessi dovrebbe suggerire che la semplice apertura del mercato non rappresenti una garanzia assoluta. In altre parole, all’interno di un’economia digitale la parte software assume la medesima importanza e rilevanza del sistema stesso.

Una parte degli autisti o dei facchini della Bartolini risultati positivi al Covid 19 vivono nei centri di accoglienza. Quindi per anni il mondo accademico in complicità con la politica ha giustificato sic et simpliciter l’apertura dei mercati applicando (qualora conosciuto) il principio di Samuelson, di fatto superato dai trasferimenti tecnologici in tempo reale dell’era digitale. In più, molto spesso, ignorando le inevitabili conseguenze di speculazioni all’interno in un mondo globale sottoposto sostanzialmente ad una deregulation normativa (https://www.ilpattosociale.it/2020/01/07/il-ritardo-culturale-accademico/). Contemporaneamente, delocalizzando le nostre produzioni, viene trasferito il primato di know how, frutto di decenni di innovazione e ricerca finanziata con investimenti non solo economici ma anche professionali ed in risorse umane.

Viceversa importiamo persone con basse qualifiche professionali le quali venendo da situazioni di disperazione accettano contratti capestro da parte delle multinazionali, in questo caso dei servizi. Anche per questo secondo aspetto tanto il mondo accademico quanto quello politico hanno, in assoluta complicità e correità, sempre giustificato questa tendenza come la negativa disponibilità dei lavoratori italiani ad accettare lavori a bassa qualifica, molto spesso regolati da contratti che definire capestro risulta un eufemismo.

La sintesi di questa disastrosa gestione di un mondo inevitabilmente globale ma, se privo nello specifico di ogni normativa, comune si trasforma in una giungla all’interno della quale il vantaggio tanto indicato dell’abbassamento dei prezzi, vantaggio sbandierato da questa ideologia politica economica, si manifesta persino falso (https://www.ilpattosociale.it/attualita/riso-nellunione-europea-finalmente-i-dazi/).

In altre parole, la sintesi di questi flussi commerciali privi di un minimo comune denominatore normativo si definisce sostanzialmente in una esportazione di cultura industriale alla quale si contrappone l’importazione di disperazione umana.

Questi risultano gli effetti devastanti dell’adozione del modello speculativo della finanza applicato al settore servizi ed industriale del quale dovrebbe essere chiamata a risponderne l’intera classe politica, economica ed accademica italiana ma anche confindustriale per questo terribile fallimento strategico ed economico.

 

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