La fine di oltre 20 anni di retorica governativa
Negli ultimi 20 anni (2005-2025), la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) in Italia è stata caratterizzata da un andamento troppo debole, segnato da profonde recessioni (2008/09 e 2020/21) e un recupero post-pandemico più dinamico rispetto alla media storica. Complessivamente, tra il 2000 e il 2024, il PIL reale è aumentato solo del 9,3% complessivamente quindi con un tasso medio di crescita annuale pari al 0,38%.
Ognuno dei 14 governi delle sette legislature che si sono succeduti alla guida del Paese si sono attribuite le crescite economiche “decimali” come grandi risultati, specialmente se successive ad un periodo di crisi.
La stessa crescita del governo Draghi nasceva dalla peggiore flessione del PIL (la base statistica) segnata dall’Italia durante la pandemia in Europa.
Le stesse crescite decimali vengono sempre calcolate a prezzi correnti, quindi influenzate e drogate dall’andamento dell’inflazione, le quale di fatto azzerano qualsiasi merito relativo ad una ipotetica crescita.
Da qualche anno finalmente emerge con chiarezza la retrocessione reale dell’economia italiana desumibile dall’andamento delle retribuzioni italiane in rapporto alla crescita di quelle europee contrapposta alla flessione di quella italiana con una riduzione del -4%, seconda solo quella della Grecia con un -5%.
La qualità del maquillage economico utilizzato dai diversi ministri dell’economia come dai presidenti del Consiglio, vengono ora definitivamente azzerate dall’ultima ricerca che si occupa dell’andamento del Pil/pro capite per le macro aree regionali in Europa.
In altre parole, questa importante ricerca pone in relazione il reddito disponibile (Pil/pro capite) delle aree economicamente più avanzate italiane con le medie dei paesi europei.
Emerge in un modo inequivocabile come l’andamento di tali rapporti definisca un’economia in vera e propria recessione mascherata anche se sotto il profilo contabile la crescita rimane sempre superiore ad uno zero/virgola.
Dal 1995 al 2023 il rapporto al prodotto interno lordo pro capite in Veneto ha perso 45 posizioni in Europa e in Friuli Venezia Giulia addirittura 50 mettendo in crisi il modello del NordEst.
Anche la vicina Emilia Romagna registra una perdita di 36 posizioni mentre la Lombardia, pur sempre l’unica vera locomotiva italiana, segna una flessione di 25 posizioni, ma che rappresentano una vittoria rispetto alle 54 posizioni perse dal Piemonte.
Questi dati inequivocabili ridicolizzano la retorica dell’intera classe governativa che ha spacciato una crescita decimale dell’economia nazionale come una vittoria del Paese.
Quando, invece, rappresenta solo un trucco contabile se confrontato con le crescite delle altre regioni Europee finalizzato a mascherare una reale recessione resa ora conclamata dalla rilevazione Pil/pro capite.
Le ragioni di questa retorica governativa sono legate alla volontà di mistificare una realtà drammatica dell’economia italiana mentre le cause risultano molteplici ed articolate.
Innanzitutto dal 2001 in poi si sono pagate le totali assenze di una politica industriale, a cominciare dalla fine degli anni ottanta, e certificata dalla mancanza di una politica energetica, allora come oggi, che rappresenta il primo anello della catena di crescita di valore, volta a fornire competitività ad un sistema industriale impegnato all’interno di un mercato sempre più globale.
La scelta poi di puntare molto sull’economia turistica, componente importante della economia nazionale ma non certo per la creazione di valore aggiunto (*) rappresenta la dimostrazione che i pur notevoli tassi di crescita della economia turistica non si siano tradotti in un parallelo aumenti della ricchezza disponibile.
Contemporaneamente a questa totale assenza di strategia economica ha fatto riscontro un aumento della pressione fiscale che rappresenta il sostegno economico della spesa pubblica la quale è letteralmente esplosa ma lasciando sostanzialmente invariato, anzi in diminuzione, il reddito disponibile. Parallelamente anche il debito pubblico risulta passato dai 1350 mld del 2001 ai 1987 mld nel 2011 fino ai 3131 mld del 2025.
Come conclusione si può tranquillamente affermare che lo studio relativo all’andamento della ricchezza disponibile indicata dal rapporto PIL/pro capite abbia di fatto messo una pietra tombale alla retorica governativa dei governi degli ultimi vent’anni. Elementare definizione di una situazione nella quale anche se si cresce ma meno della concorrenza automaticamente si perdono posizioni economiche e ricchezza prodotta.
(*) Un’economia con la più bassa concentrazione di manodopera per milione di fatturato




