Nella guerra commerciale lanciata da Donald Trump contro diversi Paesi, il Brasile occupa una posizione particolare e tutt’altro che marginale. La bilancia commerciale bilaterale è storicamente favorevole agli Stati Uniti: nella prima metà del 2025 Washington ha registrato un surplus di 4,5 miliardi di dollari, a fronte di esportazioni verso il Brasile pari al 2,5% del totale americano e di importazioni che non superano l’1,3%. Alla luce di questi dati, l’imposizione di un dazio del 50% sui prodotti brasiliani sembrerebbe una decisione inspiegabile, priva di logica economica e scarsamente dannosa per Brasilia. Eppure, la scelta rivela motivazioni più profonde, intrecciate tanto alla politica quanto alla geopolitica.
La spiegazione ufficiale diffusa dai media statunitensi è che l’aumento delle tariffe sia un modo per spingere il governo di Lula a non perseguire l’ex presidente Jair Bolsonaro, accusato di aver tentato un colpo di Stato dopo la sconfitta elettorale. A questa motivazione politica si affiancano spiegazioni “nobili” e difficilmente contestabili sul piano retorico: la difesa della sicurezza nazionale, il controllo dell’immigrazione illegale, la lotta alla corruzione, la tutela della libertà di espressione e la condanna della deforestazione. Sono argomenti che hanno un peso politico indubbio, ma che da soli non spiegano la durezza della misura. Dietro la superficie si celano cause più sostanziali, che riguardano i rapporti di forza nel commercio internazionale e il ruolo del Brasile all’interno di essi.
Innanzitutto pesa la scelta di Brasilia, in quanto socio fondatore dei BRICS, di favorire l’uso delle valute locali negli scambi commerciali, riducendo così la centralità del dollaro. Per Washington questa rappresenta una minaccia diretta alla propria egemonia economica. A ciò si aggiunge l’espansione dei legami con la Cina. Pur avendo rapporti limitati con la Russia, il Brasile è ormai fortemente legato a Pechino che è oggi il primo partner commerciale di Brasilia, con un volume di scambi pari a 99 miliardi di dollari nella prima metà del 2025 (27,7% del commercio estero totale), contro i 50 miliardi con gli Stati Uniti (13,8%). Seguono Argentina (18 miliardi), Germania (12 miliardi) e Italia (7 miliardi).
Questa differenza, più che le cifre assolute della bilancia commerciale, contribuisce a spiegare l’irrigidimento americano.
Non sorprende, quindi, che già a luglio 2025, prima dell’innalzamento delle tariffe, il Dipartimento del Commercio statunitense avesse avviato un’indagine sul commercio bilaterale. Le principali criticità individuate furono:
- l’uso delle valute locali negli scambi tra Paesi BRICS, percepito come una minaccia al ruolo del dollaro;
- procedure lente e poco trasparenti per l’approvazione di farmaci americani in Brasile;
- un dazio del 18% sull’etanolo statunitense, che penalizza i produttori USA rispetto a quelli brasiliani;
- la concorrenza diretta nel settore della carne, alimentata dalla deforestazione che amplia le aree destinate ai pascoli e consente di proporre prezzi competitivi sui mercati internazionali.
La questione agricola e alimentare è centrale. Dal 2017, con l’avvio della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, Pechino ha ridotto drasticamente le importazioni di carne, soia e cereali americani, sostituendoli con forniture provenienti dal Brasile. Il fenomeno non ha riguardato soltanto la Cina: anche altri Paesi che hanno subito pressioni o minacce da parte di Trump, come Canada, Messico, India, Giappone ed Emirati Arabi Uniti, hanno rafforzato i propri rapporti con Brasilia. L’attivismo commerciale brasiliano ha così ampliato i suoi sbocchi internazionali, riducendo l’efficacia delle leve di pressione americane.
Parallelamente la Cina ha consolidato la propria influenza sul Brasile attraverso un massiccio programma di investimenti. Tra il 2006 e il 2024 ha finanziato o cofinanziato oltre 150 progetti nei settori strategici dell’energia, della manifattura, delle infrastrutture logistiche e digitali, dell’immobiliare, dell’agricoltura e del minerario. Allo stesso tempo ha intensificato le acquisizioni e le joint venture con aziende locali e ha trovato nel mercato brasiliano uno sbocco per prodotti non più competitivi negli Stati Uniti, come l’acciaio venduto a prezzi sospetti di dumping. Questa dinamica crea inevitabili tensioni con i produttori locali, ma rafforza ulteriormente la posizione di Pechino in America Latina.
Le conseguenze non si limitano ai rapporti esterni. Il nuovo ruolo internazionale del Brasile ha infatti ripercussioni sul piano interno. L’aumento delle esportazioni, soprattutto di carne e prodotti agricoli, ha spinto verso l’alto i prezzi locali, contribuendo a un’inflazione che da tempo rappresenta un problema strutturale per il Paese. Il governo Lula si trova così di fronte a un dilemma complesso: da un lato la necessità di mantenere un saldo commerciale positivo e attrarre investimenti esteri; dall’altro, l’esigenza di proteggere i consumatori interni, valutando se introdurre restrizioni alle esportazioni o quote di importazione.
La partita con Washington, dunque, è molto più intricata di quanto appaia osservando soltanto i numeri della bilancia commerciale. Il Brasile dispone di risorse strategiche fondamentali, come i minerali critici di cui gli Stati Uniti cercano di ridurre la dipendenza dalla Cina. Tuttavia, i dazi americani al 50% rischiano di scoraggiare nuovi investimenti esteri, soprattutto da parte dell’Europa e degli stessi Stati Uniti, che tra il 2006 e il 2024 hanno rappresentato rispettivamente il 61% e il 23% degli afflussi complessivi. A questo si aggiunge l’incertezza sul valore del dollaro, che ha ripercussioni dirette sulla stabilità del Real e sulle prospettive macroeconomiche di Brasilia.
In apparenza, il Brasile si trova in una posizione di relativa forza nei confronti di Washington: gode di un ruolo crescente nei mercati internazionali, ha una bilancia commerciale in attivo e può contare sull’appoggio cinese. Ma se si amplia lo sguardo al contesto globale, emergono rischi altrettanto evidenti: l’aumento della dipendenza da Pechino, il rallentamento degli investimenti occidentali, le pressioni inflazionistiche interne e la fragilità valutaria. La guerra dei dazi con gli Stati Uniti, quindi, non è soltanto un episodio di protezionismo commerciale, ma il riflesso di un più ampio scontro geopolitico nel quale il Brasile si trova al tempo stesso favorito e vulnerabile.
Chi sostiene che Trump non sappia ciò che sta facendo e quali conseguenze negative potrebbero derivarne anche per gli USA si sta sbagliando di grosso. Il tycoon sta giocando a poker con il mondo e bluffa. Come ogni bleffeur punta sull’incertezza e le probabili debolezze degli altri giocatori. Fino alla fine nessuno può prevedere chi vincerà.




