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La sorgente inflattiva

La politica monetaria espansiva nell’Unione Europea è cominciata nel 2015 con la Presidenza della BCE di Mario Draghi ed il governo Renzi ed ha avuto il merito di abbassare quasi a zero i tassi di interesse e, di conseguenza, i costi del servizio al debito con punte di rendite negative per i Bund tedeschi.

Il nostro Paese, come sempre governato con una visione prospettica al massimo di quindici (15) giorni, invece di ridurre la massa debitoria grazie al risparmio di oltre 30 miliardi l’anno di interessi ha sempre aumentato la spesa pubblica fino alla pandemia alla quale si è presentato con il 135% di rapporto debito sul Pil pari a 2.409 miliardi e già alla fine del primo anno di pandemia segnava un aumento di oltre 160 miliardi.

Quello che risulta interessante, tuttavia, è come la politica monetaria espansiva delle autorità monetarie europee e di quelle oltre oceano, pur ideata con la funzione di fornire strumenti finanziari per una ripresa di fronte alla stagnazione complessiva della economia europea e statunitense, di fatto non abbia prodotto alcun effetto collaterale (inflazione). L’effetto complessivo assolutamente marginale di questa strategia monetaria, infatti, veniva non solo confermato dal perdurare della stagnazione economica e contemporaneamente dei consumi quanto confermata da tassi di inflazione sempre vicini, se non addirittura inferiori al punto percentuale. In più il consumo complessivo, come espressione della stessa stagnazione e della sua aspettativa, ha determinato acquisti di beni a minore valore aggiunto anche per la presenza sempre più massiccia di presenza di prodotti provenienti dall’estremo Oriente, espressione delle delocalizzazioni.

La mancanza di un tasso di inflazione perlomeno prossima al 2% preoccupava le varie classi politiche, ed in particolare quella italiana, le quali vedevano ogni aumento della spesa pubblica (trend assolutamente inarrestabile) riverberarsi in un sensibile peggioramento del rapporto debito Pil (quindi di difficile giustificazione) il quale nel caso, invece, di un tasso di inflazione vicino o superiore al 2% avrebbe raggiunto un equilibrio migliore.

Il mercato globale, quindi, ha dimostrato sostanzialmente come una politica monetaria espansiva abbia determinato degli esiti quantomeno marginali e contemporaneamente con effetti quasi nulli rispetto alle dinamiche di un mercato complesso la cui globalità determina inevitabilmente la perdita di potere ed efficacia dei vecchi strumenti di indirizzo come le politiche monetarie.

Viceversa la spesa pubblica (vera ed unica costante in questo mondo in continua evoluzione) ha conosciuto un ulteriore incremento, quasi le risorse disponibili a bassi interessi NON venissero più considerate come un debito.

Successivamente la terribile pandemia ha bloccato e stravolto l’economia mondiale, dando inizio ad un’altra ed ancora più impegnativa elaborazione di una nuova strategia di politica economica di contrasto al disastroso trend economico. In questo frangente, tuttavia, le economie occidentali si trovano di fronte ad un’impennata dei costi di beni intermedi e strumentali e della gestione delle filiere o supply chain la cui somma finale inevitabilmente si riverbera sulla crescita dei prezzi finali al consumatore. Nel mondo delle imprese, addirittura, questa spirale inflattiva sta portando alla chiusura di attività imprenditoriali (vetrerie Murano-Venezia) o alla sospensione della produzione per mancanza di margine in rapporto alle esplosione dei costi dell’energia la quale comunque, in Italia, prima della pandemia risultava già superiore del 30% alla media europea.

Sicuramente l’avvio anticipato dell’economia cinese, molto anticipata rispetto a quelle degli altri paesi, ha determinato una sostanziale scarsità di materie prime con un conseguente aumento complessivo dei prezzi. Ora risulta fondamentale, come risposta, la questione relativa alle strategie politiche, economiche e monetarie da adottare in relazione a questa impennata dei costi che minaccia intere filiere industriali ed il crollo dei consumi.

Gli Stati Uniti hanno avviato una politica di tapering lasciando sostanzialmente invariati i tassi di interesse con una crescita sostanziale invariata mentre nell’Unione Europea si comincia a parlare di una stretta monetaria finalizzata al contrasto dell’inflazione.

Dopo quasi due anni ormai di disastrosa crisi economica legata alla pandemia e con questa inaspettata spirale inflazionistica si dovrebbe partire considerando gli scarsi se non nulli effetti del periodo precedente della politica monetaria sia sotto il profilo del rilancio economico quanto di un riavvio dell’inflazione per scongiurare la allora tanto temuta deflazione.

Nel caso opposto, cioè in previsione dell’adozione di una politica monetaria restrittiva, le conseguenze potrebbero addirittura rivelarsi disastrose per gli effetti sull’economia reale in quanto ridurrebbe, come sempre e per l’ennesima volta, il potere di acquisto (soprattutto per le fasce meno abbienti) e darebbe l’illusione alla classe politica di “avere ridotto” il debito pubblico quando a beneficiarne sarebbe solo il rapporto tra valori nominali (debito/Pil) amplificati dall’effetto inflattivo.

Mai come ora l’unica soluzione, compatibilmente con le varie realtà finanziarie dei singoli paesi ma inseriti in un mercato globale e con filiere sotto stress, dovrebbe essere quella di un “ammorbidimento fiscale” successivo ad una rimodulazione della spesa pubblica finalizzata a recuperare gli oltre 200 miliardi di sprechi certificati dalla Cgia di Mestre. Solo per offrire un esempio, se si volesse veramente mantenere inalterato il potere di acquisto delle fasce più deboli della popolazione si diminuirebbero le accise sui carburanti, specialmente quelle sul gasolio, in considerazione del fatto che oltre l’82% delle merci viaggia su gomma.

Il solo modo, ormai, per ridare ossigeno all’economia è quello di riconsegnare un maggiore potere d’acquisto alle domande interne del continente europeo attraverso una diminuzione delle pressioni fiscali in seguito anche alla diminuzione delle spese correnti e contemporaneamente offrire uno scenario di certezza normativa fiscale ed economica. Invece, specialmente in Italia, si continua con le politiche dei bonus che privilegiano una categoria in nome di un’uguaglianza sempre più lontana ed espressione di arbitrarie attenzioni e quindi da un approccio politico nazionale sostanzialmente divisivo.

Questa “ricerca” della uguaglianza, attraverso il perverso strumento della spesa pubblica, risulta invece talmente ideologica da ottenere negli ultimi trent’anni la diminuzione del reddito disponibile del -3,7% mentre nel medesimo periodo è cresciuta del +34,7% nella vicina Germania.

La consueta richiesta di una stretta monetaria a fronte di una spirale inflazionistica della quale non si considera la sorgente dimostra come, ancora oggi, non sia compresa l’assoluta inconcludenza della politica monetaria in quanto il mercato globale ha cambiato le potenze di fuoco delle diverse teorie economiche in particolare della politiche monetarie. Ora più che mai, di fronte al pericolo di una politica monetaria restrittiva come azione deflattiva, sarebbe vitale comprendere come l’unico effetto si confermerà quello di penalizzare ancora una volta le fasce più deboli della popolazione lasciando inalterata la scellerata politica di espansione della spesa pubblica finanziata da un continuo aumento delle pressione fiscale.

Si parla di globalizzazione senza ancora avere compreso le dinamiche complesse delle politiche economiche e soprattutto come la globalizzazione abbia disarmato le politiche monetarie all’interno di un sistema alla continua ricerca di un equilibrio il quale, per le complesse ed infinite variabili della globalità, non potrà mai venire raggiunto.

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