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La via accademica al socialismo reale

“…piuttosto dei ristori a debito…per molte attività sarebbe meglio che lo Stato ne favorisse la ristrutturazione o la chiusura”, prof. Mario Monti, senatore a vita.

Come sempre simili affermazioni suscitano ammirazione dai sempre più esigui ammiratori del senatore ma vera indignazione da parte di chi, ogni giorno, rischia con la propria professione sottoposta alle regole del mercato.

Ovviamente definizioni e strategie così perentorie esprimono una visione vergognosamente semplicistica espressa da un favorevole piedistallo accademico. Una posizione di privilegio ma lontana anni luce dall’economia reale unita all’illusorio presupposto che la articolata e variegata economia italiana possa venire definita con semplici paradigmi accademici.

Il problema che sfugge ovviamente al senatore a vita relativo a queste affermazioni assolutamente gratuite riguarda l’individuazione dei parametri sulla base dei quali analizzare, verificare e certificare le aziende degne di venire ristrutturate o quelle per le quali sarebbe necessario favorirne l’uscita dal mercato con la loro chiusura, con ovviamente l’immediata perdita di posti di lavoro.

Un altro aspetto non secondario viene rappresentato anche dalla indicazione di chi, in nome dello Stato, dovrebbe utilizzare simili parametri sempre per la definizione delle aziende degne di investimenti oppure da abbandonare. Fino ad ora ogni attività economica, come la sua stessa valutazione (si pensi in un’ottica di accesso al credito), da sempre viene basata sulla spesso amara e cruda realtà di quanto emerge dalla applicazione delle leggi di mercato e della concorrenza. In altre parole dalla capacità per un’azienda di fornire un prodotto o un servizio che permetta di sviluppare un fatturato superiore ai costi fissi e variabili o quantomeno il raggiungimento del break even.

Questo non significa che il mercato rappresenti l’unico e oggettivo arbitro in quanto la sua “valutazione” può venire influenzata con l’introduzione di politiche governative finalizzate a creare fattori economici e competitivi favorevoli all’azione delle aziende.  Giova ricordare, infatti, come mentre l’impresa propone un prodotto od un servizio sul libero mercato, lo Stato possa contemporaneamente favorire quelle allocate all’interno del territorio nazionale attraverso delle politiche di fiscalità di vantaggio che permettano una maggiore competitività.

Quindi, come logica conseguenza, si ottiene anche un aumento dell’occupazione, specialmente stabile (un obiettivo politico), ma espressione conseguenziale dello sviluppo economico.

Le stesse regole del mercato possono venire “in parte influenzate” attraverso una attiva politica, economica e fiscale adottata dallo Stato. In questo senso i campi operativi all’interno dei quali l’attività governativa dello Stato può generare degli effetti molto “distorsivi rispetto alle sole leggi di mercato” riguardano essenzialmente la funzionalità della spesa pubblica (1), la fiscalità di vantaggio (2), una tassazione incentivante di investimenti anche esteri (3), una macchina giuridica efficiente (4), la pubblica amministrazione fornitrice di servizi aggiornati e tempestivi (5), un sistema fiscale equo (6) ed una macchina della giustizia efficiente e credibile (7).

Sembra incredibile come il professorone non sia in grado di elencare questi fattori “ambientali, politici e nazionali” tra quelli che veramente possano determinare la crescita o meno di una società e di un’azienda. Un professor Monti, va ricordato, durante il cui governo nel 2012 si suicidarono oltre 1.000 persone per gli effetti devastanti dell’ennesima crisi economica italiana. Ora l’ex primo ministro introduce una soluzione in assoluta antitesi rispetto alle regole del mercato incentrata sull’intervento diretto dello Stato al quale viene attribuito il potere di esprimere una valutazione relativa alle aziende considerate strategicamente e quindi finanziariamente sostenibili.

Come possa lo Stato, e soprattutto i propri funzionari, e sulla base di quali parametri oggettivi definire le caratteristiche principali per un’azienda per essere definita decotta e quindi non più finanziabile per restare sul mercato non risulta comprensibile. Probabilmente il professor Monti, che ormai rappresenta la obsoleta espressione del delirio accademico, non si rende conto di quello di cui sta parlando, e se fosse così andrebbe ancora bene. Nel caso contrario, invece, per quanto possa risultare dura (ma abbiamo già visto comunque influenzabile), se alla legge di mercato si inserisse e sostituisse la valutazione indicata dal senatore Monti lo Stato assumerebbe i connotati di unico giudice monocratico.

Nel primo caso la funzione governativa si esplica attraverso le politiche di fiscalità di vantaggio e soprattutto attraverso una pubblica amministrazione efficiente che renda servizi alle imprese.

Sempre preferibile, e siamo alla seconda versione del ruolo statale, al delirio imbarazzante del Professore che assegna allo Stato il ruolo di giudice.

In questa nuova figura lo Stato può abbandonare completamente la propria azione di chi favorisce la crescita economica attraverso l’economia politica e così semplicemente ritirarsi in camera di consiglio per giudicare il futuro delle aziende.

Il professor Monti dimostra di non essere in grado di comprendere l’assoluta conseguenza istituzionale implicita nel riconoscere l’autorità ad un organo dello Stato, in sostituzione a quella del mercato, definendo in modo cristallino i termini del declino culturale ormai avviato verso una metastasi culturale.

Il disastro culturale di queste affermazioni emerge talmente evidente come espressione di un rinnovato delirio statalistico declinante verso un nuova forma di autoritarismo statale all’interno del quale la figura e l’autorità statali possano inserirsi in qualsiasi ambito come “arbitro e giudice unico”.

L’Italia potrà ripartire solo quando il mondo accademico si dimostrerà in grado di rigenerarsi nella sua interezza liberandosi una volta per tutte di queste figure apicali che invocano, magari a propria insaputa, la via accademica al socialismo reale.

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