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La Z di Zorro e la Z di Putin

Per decenni, per molti, la lettera Z rappresentava la Z di Zorro, quella Z che il cavaliere mascherato tracciava, con il fioretto, sulle divise di coloro che avevano usurpato il potere, affamato il popolo, inculcato la libertà. I poveri dei villaggi, i contadini, i lavoratori forzati nelle miniere avevano trovato in Zorro, sul suo mitico cavallo nero, il loro difensore senza macchia e senza paura che compariva quando c’era qualcuno fa difendere dai soprusi.

Molti siamo cresciuti con il mito, la leggenda di Zorro, e in tanti avremmo voluto essere come lui quando abbiamo assistito ad ingiustizie che non siamo stati in grado di impedire. Molte generazioni sono nate e cresciute nella convinzione di vivere in una società che, malgrado i tanti difetti e storture, era ormai libera dalle guerre e che la libertà, l’indipendenza, la democrazia, almeno per una larga parte del mondo, fossero acquisite per sempre.

In questi anni, invece, troppi sono stati indifferenti ai richiami che, metodicamente, altri facevano, anche da questo nostro giornale, per ricordare che proprio libertà, pace, democrazia non sono valori acquisiti, o da enunciare pedissequamente senza comprenderne a fondo i contenuti e gli impegni che comportano per poterle preservare e tramandare. Troppi hanno sproloquiato sui valori senza mai identificarli fino in fondo, senza capire le responsabilità, politiche, economiche, sociali che ciascuno, nel suo vivere quotidiano, si deve assumere, specialmente se ha un ruolo pubblico.

Troppi hanno preferito gli affari, hanno pensato al loro piccolo o grande orto personale o di gruppo, hanno lasciato che la finanza prevalesse sull’economia, che il guadagno di oggi fosse più importante della protezione del pianeta che, piaccia o non piaccia, risponde a precise, inderogabili leggi di natura.

Troppi hanno voluto guidare nazioni e mercati ignorando la storia, le realtà geopolitiche, le conseguenze di un progresso che può comportare anche risvolti negativi quando mancano analisi e previsioni, dalla mondializzazione all’uso delle reti, ed hanno, anche da posizioni ideologiche diverse, consentito che si sviluppassero sistemi senza regole.

Sono state scritte decine di migliaia di carte, trattari internazionali, professioni di pace e sviluppo senza però creare i presupposti per potere concretamente difendere i diritti dei popoli e dei singoli.

Così siamo  arrivati ai giorni nostri, le certezze di decenni sono state spazzare via da qualche settimana di guerra, i diritti umani, la convenzione di Ginevra, la carta universale dei diritti e quanto altro, sono diventate  parole impotenti davanti ai missili ed alle bombe a grappolo e tutti gli affari che, negli anni, abbiamo fatto con paesi illiberali, violenti, totalitari ci hanno portato ad assistere, più o meno impotenti, al massacro del popolo ucraino e a subire una dipendenza energetica, alimentare, economica che ci mette a rischio tanto quanto il possibile uso delle  armi contro di noi.

Non possiamo più sperare, come quando eravamo in un mondo dove era chiaro da che parte stava il bene ed il male, la giustizia e l’ingiustizia, nell’arrivo di un moderno Zorro, la Z è diventata il simbolo di una violenza bieca, barbara, efferata, il simbolo della guerra che un uomo, Putin, sta conducendo a tutto campo per inseguire il sogno, antistorico e nefasto, di rendere la  Russia un nuovo impero sempre più vasto per poi, da lì, cercare di cambiare il futuro anche dei paesi fuori dagli immensi confini che sogna.

La Z di Putin è diventata simbolo del male, del sopruso, ma comincia con la Z anche il nome del presidente ucraino che, in questo momento, con tutti i suoi pregi e difetti, rappresenta il coraggio di un popolo che si batte, fino all’estremo sacrificio, per difendere la propria libertà ed indipendenza. E l’indipendenza dell’Ucraina può significare anche la nostra indipendenza. Questo è il momento per decidere con chi vogliamo stare, senza i troppi distinguo, senza i se e i ma che hanno impedito, fino ad ora iniziative più determinate ed immediate.

Una parte dell’Ucraina sta cadendo in mano alle milizie di Putin, i morti ed i feriti non si riescono neppure a contare, in parte sono sepolti in fosse comuni o rimasti sotto le macerie delle città, completamente distrutte, ed i bambini, futuro di ogni popolo, sono traumatizzati ed in continuo pericolo mentre noi stiamo a discutere. Da giorni si parla di armi in arrivo ma i giorni passano e a Mariupol, come in altre città, da giorni e giorni mancano cibo ed acqua e ormai non ci sono più munizioni per difendersi. La città, i suoi abitanti, i coraggiosi difensori sono stati lasciati soli senza i mezzi per continuare a contrastare la efferata violenza degli uomini di Putin.

Di fronte a questo attendismo viene spontaneo pensare che, una volta di più, l’Occidente aspetti gli eventi, prenda decisioni a metà per non precludersi gli affari di oggi e di domani, e quello che sta avvenendo in Germania, sia per l’invio di armi, promesse e in ritardo, che per il gas, ne è un chiaro esempio.

Si parla di pace, di negoziati, di crimini di guerra e contro l’umanità ma se si vuole uscire veramente dall’ambiguità o tutti i leader europei vanno insieme, domani, da Putin per chiedergli conto di questa guerra e per dire, tutti insieme, che è il momento di fermarsi o, se non si sentono di fare insieme questa ultima, ferma, iniziativa di diplomazia attiva mantengono le promesse fatte e diano ora agli ucraini quel sostegno in armamenti necessario a fermare lo sterminio e la deportazione di un intero popolo. Abbiamo già visto come colpevoli ritardi ci abbiano poi costretto alla Seconda Guerra Mondiale, con milioni di morti che si sarebbero evitati intervenendo prima.

Certo abbiamo bisogno dell’energia, certo abbiamo bisogno dei cereali e di materie prime ma quello che è più certo di tutto è che gli ucraini hanno bisogno di armi oggi non domani e che anche la nostra futura libertà ha un prezzo da pagare.

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