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Lo sci alpino… quantomeno

E’ evidente che l’aspettativa di tutti gli operatori del settore e degli appassionati sia stata per l’apertura degli impianti durante il periodo delle vacanze di Natale. I secondi per appagare una legittima passione ma i primi perché il sistema neve rappresenta la principale fonte di sostentamento per centinaia di migliaia di famiglie.

Entrambe queste legittime aspirazioni non esprimono disprezzo, lontananza o mancanza di sensibilità per tutte le persone ammalate e tanto meno per gli operatori sanitari nel loro complesso i quali, a costo anche della propria vita, assistono i malati.

La domanda, tuttavia, da porsi veramente non è tanto relativa alle modalità o ai protocolli da seguire e da adottare quanto alle scelte generali operate dal governo Conte. Mentre in Italia ancora non è disponibile il vaccino antinfluenzale, la Germania entro la metà di dicembre organizzerà la distribuzione del vaccino anti covid e la Gran Bretagna da lunedì prossimo comincerà la vaccinazione. E’ a evidente come anche lo sci alpino tedesco beneficerà della ritrovata immunità grazie alla distribuzione del vaccino per cui anche se non dovesse aprire ai primi di dicembre ha la sicurezza di aprire entro breve tempo, già magari a gennaio 2021.

Tornando all’Italia, allora, è evidente come la situazione dello sci alpino dipenda non tanto dai protocolli da adottare quanto dall’incapacità totale dimostrata da questo governo nella gestione di questa pandemia. Del resto il ministro Speranza per giustificare l’adozione dei protocolli ad ottobre affermava la loro necessità per assicurare un Natale sereno.

Lo sci alpino, inoltre, sconta esattamente come tutti gli altri settori economici il ritardo nella strategia di gestione ma soprattutto di uscita di questo governo dalla pandemia. Si può, quindi, chiedere l’apertura degli impianti ma mentre gli altri Stati hanno già attivato persino la catena del freddo per il mantenimento ad una determinata temperatura del vaccino gli operatori economici tutti i settori (sci compreso) sono ancora costretti ad attendere una elemosina (ristori o cassa integrazione in deroga) ad un governo sordo ed espressione dell’incompetenza più assoluta.

Tra l’altro, si aggiunga come sia veramente insopportabile il parallelismo che spesso viene proposto tra il mondo del turismo estivo e quello dello sci alpino invernale. Solo una pletora di incompetenti non possiede il minimo sindacale di competenze per comprendere come l’articolato mondo economico legato alla neve si articoli in: 1. aziende produttrici di scarponi sci attacchi,  2. professionalità come maestri di sci snowboard, 3. aziende di gestione degli impianti di risalita/il personale addetto agli stessi  impianti*, 4. Tutta la hotellerie e  la ristorazione anche ad alta quota con il proprio personale qualificato, 5. produttori di impianti di risalita, 6. società informatiche della gestione degli stessi impianti di risalita, 7. produttori di cannoni per la neve programmata e dei gatti da neve, 8. Aziende di accessori, 9. Aziende di abbigliamento tecnico, 10. Laboratori e noleggio sci*.

Per valutare qualsiasi strategia di contenimento della pandemia emerge evidente come precondizione comprendere la complessità e l’interconnessione del settore che sarà oggetto di una specifica normativa attraverso un Dpcm.

La consapevolezza che avrebbe certamente evitato di coniare l’idea di lasciare i negozi aperti fino alle 21 con ristoranti e bar chiusi alle 18 con la conseguente desertificazione cittadina già alle 17 .

La chiusura del mondo della neve avrà effetti disastrosi specialmente per quelle comunità montane per le quali il periodo natalizio rappresenta la principale fonte di sostentamento della stagione invernale in un periodo in cui già queste pagano una migrazione preoccupante.

Prima di intervenire sul ciclo economico di un settore potrebbe essere indicato conoscerlo. Quantomeno.

(*) tra le categorie meno considerate e tutelate.

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