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L’unico modello di sostenibilità in Italia

Da tempo sostengo, inascoltato, come la carenza di manodopera che molte aziende denunciano da una parte sia sicuramente legata alla mancanza di figure tecnico-professionali, quindi da decenni di mancati investimenti nella  formazione professionale tanto degli enti statali quanto di quelli  regionali. Contemporaneamente questa mancanza di “professionisti” è  legata anche ad una abbassamento del livello retributivo offerto come espressione, specialmente nei livelli professionali più bassi, della concorrenza tra lavoratori.

Nel secondo caso risulta fondamentale il ruolo giocato dalle cooperative le quali usufruendo di un regime fiscale assolutamente privilegiato si trasformano in fornitrici di manodopera a basso costo proprio in virtù di un regime fiscale che le favorisce. La vicenda della Grafiche Venete dopo uno scandalo simile alla Fincantieri denota il comportamento di alcune grandi aziende le quali crescono “importando  i costi della delocalizzazione“, cioè attraverso l’utilizzo di manodopera a basso costo fornita da cooperative esenti da ogni obbligo fiscale.

Ecco perché da anni ad una crescita economica delle imprese in termini di fatturato e di occupazione solo parzialmente corrisponda in minima parte la crescita  dei consumi. Una dinamica economica che dovrebbe anche determinare minori  aspettative relative all’impatto economico ed occupazionale delle risorse europee del PNRR, in particolar modo nel settore infrastrutturale, molto simile alla dinamica perversa dei subappalti. Troppo spesso, infatti, questa crescita di fatturato e redditività è frutto di un abbassamento del livello retributivo per le figure professionali meno qualificanti e si manifesta anche attraverso ritmi e ore lavorate molto più simili ai paesi dell’estremo Oriente che non all’occidente avanzato.

A questa depatrimonializzazione e svalutazione progressiva  del valore del lavoro si aggiunge il ruolo di figura “terza” dello Stato il quale assicura a tutto il mondo delle cooperative un regime fiscale assolutamente ingiustificato specialmente quando queste forniscono manodopera a basso costo. Si evita ogni commento sulla assenza totale di un controllo, anche superficiale, dei quadri dirigenti del variegato mondo della cooperazione.

Da questa latitanza dirigenziale nascono cooperative prive di ogni controllo e molto spesso si trasformano in strumenti  di vessazioni inaudite.

Mentre il Parlamento, come espressione della un sistema politico e sindacale, rimane distratto dalla lodevole  tutela delle minoranze  “di genere” non si cura della tutela di quel “genere” dei lavoratori in questi ambiti cooperativi.

Il mondo delle imprese non può pensare di crescere semplicemente attraverso il fatturato il quale ovviamente rappresenta sempre il parametro principale. Contemporaneamente la stessa azienda deve contribuire in parte alla crescita economica dell’area geografica di appartenenza attraverso il lavoro valutato e retribuito con parametri occidentali. Questa nuova attenzione non può ovviamente tradursi in una specie di autarchia professionale cioè attraverso l’assunzione di  sola manodopera autoctona ma semplicemente con l’applicazione dei  contratti nazionali  integrati da quelli aziendali per quanto riguarda anche  la manodopera delle figure di più basso livello professionale. Un principio ormai disatteso, come dimostra questo pessimo esempio di una parte dell’imprenditoria veneta ma già evidente da anni nel settore dei servizi.

Mai come ora la politica ed i sindacati cavalcano l’onda di un nuovo paradigma di sostenibilità con l’obiettivo di rilanciare la propria centralità di figure istituzionali dopo aver disatteso clamorosamente una delle principali  funzioni  legata alla tutela dei lavoratori, dimostrandosi, ancora una volta, incapaci di elaborare un quadro di sviluppo economico veramente sostenibile ed al tempo stesso compatibile con le esigenze minime dei lavoratori e delle professionalità espresse.

Mai come ora il concetto di sostenibilità andrebbe rivisto adottando cosi parametri  legati al contesto economico italiano all’interno di un mercato globale e di conseguenza lontani dall’ ideologia di sostenibilità massimalista.

Questa semplice scelta politica produrrebbe effetti notevoli sul benessere dei lavoratori e delle imprese e del contesto sociale nel quale operano (02.09.2019 https://www.ilpattosociale.it/2019/09/02/la-sostenibilita-complessiva-il-made-in-italy-e-lesempio-biellese/).

Solo questo può rappresentare il modello di sostenibilità di cui ha bisogno il nostro Paese con l’obiettivo di assicurare una crescita economica unita a quella dei consumi e a quella sociale e culturale.

P.S. A parte qualche caso isolato emerge il silenzio degli autori dei libri alla cui realizzazione partecipavano lavoratori pakistani con turni anche di 16 ore al giorno. Il mondo della cultura ha perso un’altra occasione per dimostrare la propria diversità dal mondo dell’ interesse economico speculativo. La cultura evidentemente ha un prezzo ed evidentemente è già stato ampiamente pagato come il silenzio degli autori dimostra.

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