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Neppure l’obiettivo minimo

Dopo molte anticipazioni la prima legge finanziaria del governo Draghi ha preso forma. Contemporaneamente si possono valutare  i primi dati consuntivi del 2021 relativi all’andamento dell’economia e delle finanze nel nostro Paese.

Anche se qualche esponente del governo,  magari privo delle competenze economiche minime, parlava di boom economico nell’anno 2021 i numeri finali non tradiscono. La Banca d’Italia  parla di un incremento del +6,3% del PIL in buona parte legato all’incremento del settore dell’edilizia grazie al mantenimento del bonus fiscale. Questa agevolazione fiscale, va ricordato, costa allo Stato tredici (13) miliardi di nuovo debito aggiuntivo il quale rappresenta all’interno della complessità nella gestione delle risorse pubbliche un incremento del  +0,5% di aumento del debito pubblico. Una crescita  notevole, quella del debito, se legata ad una semplice manovra finanziaria di un anno, non giustificata  quindi dal rapporto costi/benefici.

Contemporaneamente la stessa compagine governativa conferma con grande enfasi la riduzione della pressione fiscale attraverso una manovra relativa alla rimodulazione delle aliquote Irpef per tutti i contribuenti.

Tuttavia emerge evidente, differentemente da quanto affermato dallo stesso Presidente del Consiglio, come il  maggiore vantaggio risulti per le fasce di reddito tra i 40.000 ed i 50.000 euro (circa 945 euro/anno) mentre per gli altri si tradurrà in circa 263 euro/anno, quindi poco più di 21 euro al mese.

In più per questa simbolica  “riduzione fiscale” vengono destinati circa otto (8) miliardi di euro con i quali si sarebbe potuto ridurre di oltre il 30% il peso delle accise sui carburanti mettendo anche un freno alla spirale inflattiva in considerazione del fatto che oltre l’80% delle merci (i cui prezzi risultano già in forte pressione) viaggia su gomma.

L’effetto paradossale, però , viene rappresentato dalla semplice lettura dei dati presenti all’interno del documento del governo come alla Tabella III 1-8 (*). Emerge, infatti, come la pressione fiscale venga indicata dallo stesso governo in aumento dal 41,8% al 42,1%, quindi in assoluta antitesi con qualsiasi politica e strategia di sviluppo economico. Inoltre viene così confermata  la assoluta inefficacia nel risultato complessivo della manovra stessa di riduzione del carico fiscale.

Ci si potrebbe chiedere allora il senso di una legge finanziaria definita “espansiva” e di una manovra fiscale del governo Draghi finalizzata alla riduzione della pressione fiscale. Quest’ultima poi, quasi a compensazione, aveva anche  eliminato  ogni vincolo  alle addizionali Irpef praticate dagli enti locali di fatto e delinea quindi la politica economica del governo in carica molto simile al gioco delle tre carte nel quale però il banco vince sempre.

Contemporaneamente sarebbe decisamente opportuno valutare la decisa metamorfosi, sempre introdotta dal governo con la complicità dei partiti della maggioranza, delle risorse a debito di provenienza Ue le quali da finanziatrici di fattori di sviluppo, e quindi crescita del Pil (necessaria per sostenere i costi del servizio al nuovo debito), si sono trasformate in spesa pubblica aggiuntiva e nulla più invitando gli enti locali al nuovo baccanale come artefici e responsabili  dello scialo indegno di risorse destinate alla “rigenerazione urbana”.

In ultima analisi viene da chiedersi quale possano veramente essere le strategie di un  governo e di una  maggioranza se neppure l’obiettivo minimo, rappresentato da un alleggerimento fiscale, grazie alle nuove risorse europee venga raggiunto.

(*) TABELLA III . 1-8

I valori % sul PIl  tra 2021 e 2022

1.1. Imposte sulla produzione e sulle importazioni D.2 13,9    14,4

1.2. Entrate correnti su reddito, patrimonio, ecc D.5 14,7    14,2

1.3. Entrate in conto capitale D.91 0,1    0,1

1.4. Contributi sociali D.61 13,1    13,4

1.5. Redditi patrimoniali D.4 1,0    0,9

1.6. Altre entrate 3,9   4,5 p.m.:

Pressione fiscale ( D.2+D.5+D.6)1+D.91-D.995) 41,8 (2021)  42,1 (2022)

 

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