Quale 2026 ci attende?
Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli
Esattamente come negli anni precedenti anche per l’anno prossimo si registra una risibile “crescita economica” la quale conferma la assoluta insufficienza dell’azione governativa, tanto del governo in carica quanto di quelli precedenti.
Oltre vent’anni di una imbarazzante retorica governativa vengono azzerati dall’analisi relativa all’andamento del rapporto Pil/pro capite nelle maggiori aree regionali dell’Europa Infatti, quando la crescita economica si dimostra inferiore a quella della concorrenza, allora negli effetti reali si trasforma inevitabilmente una perdita netta di reddito disponibile, e quindi in un sostanziale arretramento (*) .Un quadro sempre più allarmante, quindi, che prevede tra l’altro, sempre nel 2026, l’aumento del carico fiscale in campo energetico (accise) ed una crescita economica inferiore persino al tasso di inflazione e che lascia sostanzialmente invariato il problema del costo dell’energia, che rappresenta il primo fattore determinante tanto per la competitività delle imprese quanto per la qualità della vita delle famiglie.
In più sembra paradossale come chi, nei propri programmi elettorali, aveva assicurato la necessità di una maggiore sovranità nazionale si riveli semplice servitore della stessa Unione Europea.
La crisi del nostro Paese, come quella europea, è una crisi essenzialmente culturale e di professionalità espresse tanto dalle compagini governative quanto da quelle dell’opposizione. Basti pensare come l’Italia e l’Unione Europea non riescano a crescere economicamente mentre gli Stati Uniti registrino una crescita tre volte superiore a quella europea e otto volte rispetto a quella italiana.
Per il 2026 lo scenario sarà uguale se non addirittura peggiore in quanto la mancanza di uno sviluppo economico (il differenziale tra la nostra e le altrui crescita) altro non è che arretramenti economici nei confronti dei paesi a noi concorrenti. Come inevitabile conseguenza porteranno una recessione mascherata da bassa crescita e soprattutto una diminuzione del PIL/pro capite che rappresenta la vera forma di ricchezza disponibile per i cittadini. In più anche all’interno della stessa Unione, pur crescendo la Germania con un modesto +1,2%, tuttavia rimane superiore del +50% rispetto a quella italiana, +0,8% l, e calcolata su di un PIL quasi tre volte superiore.
In termini assoluti, come naturale conseguenza, la differenza tra il Pil italiano e quello tedesco cresce e diventa sempre più insostenibile, anche in presenza di una crescita modesta. Anche per questo diverso trend di crescita le retribuzioni italiane non riescono a aumentare mentre cresce il differenziale tra le prime due economie manifatturiere europee, tedesca ed
italiana. Ecco allora in questo contesto anche il raddoppio della TobinTax (introdotta dal governo Monti nel 2013), che ha già portato alla fuga di capitali da parte delle aziende attraverso il delisting che impoverisce il mercato finanziario italiano. Senza dimenticare poi il debito pubblico, che ha raggiunto ai 3113 Mld, e, di conseguenza, per il pagamento del servizio al debito stesso saranno necessari il 3,9% del #Pil nel2026 ed il 4,1% nel 2027, quando la media europea si attesta sul 1,7% del Pil.
In altre parole, questo governo continua come i precedenti a difendere una crescita minimale che tanto non è che un provvedimento progressivo.
(*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-fine-di-oltre-20-anni-di-retorica-governativa/




