Attualità

Quale concetto di sostenibilità

Culturalmente la nostra epoca si potrebbe identificare con il processo di appiattimento ed assimilazione generale di buona parte della classe politica e dirigente ad un tema considerato mainstream. A livello europeo questo processo diventa addirittura identificativo e distintivo senza spesso averne approfondito le tematiche generali come gli aspetti specifici.

In questo momento, anche durante il G20 a Venezia, il concetto “politico” relativo alla ricerca di una maggiore ecosostenibilità ha assicurato il palcoscenico per ottenere visibilità e quindi è stato utilizzato da ogni carica politica e governativa in cerca delle luci della ribalta. In più, la sola evocazione di una qualsivoglia sostenibilità diventa una medaglia ed ammanta di novella verginità quelle professionalità come le stesse figure politiche già ampiamente compromesse con le passate gestioni i cui effetti si vorrebbero ora contrastare.

Tuttavia sembra paradossale come la sostenibilità risulti ancora legata solo ed esclusivamente al concetto di riduzione delle emissioni di CO2. Anche in questo senso andrebbe ricordato a questi novelli esperti di ecosostenibilità come il 50% del totale delle emissioni dei gas serra vada attribuito a 25 megalopoli delle quali 23 sono in territorio cinese. Risulta assolutamente ridicolo, quindi oltre che insultante per chi lo subisce, ogni blocco del traffico che assessori e sindaci privi di competenze ma abbondantemente imbevuti di ideologia impongono alle città italiane.

Tornando al concetto di ecosostenibilità, secondo il suo valore più complesso ed alto dovrebbe comprendere anche altri parametri altrettanto importanti come le percentuali di dipendenti a tempo indeterminato, la certificazione dei fornitori e il rispetto normativo nello smaltimento dei rifiuti delle lavorazioni. Questo concetto di sostenibilità privo di quel contenuto ideologico risulta molto più vicino ed adeguato ad un quadro di sviluppo complessivo sostenibile anche in relazione al tentativo di azzerare o perlomeno ridurre possibilmente ogni costo sociale (02.09.2019 https://www.ilpattosociale.it/2019/09/02/la-sostenibilita-complessiva-il-made-in-italy-e-lesempio-biellese/). Inoltre, invece di allinearsi alle discutibili posizioni massimaliste tenute dall’Unione Europea il governo italiano e il suo Parlamento dovrebbero dimostrare di conoscere e apprezzare il sistema economico  e soprattutto il  sistema industriale italiano partendo dalla consapevolezza dei propri risultati già raggiunti proprio in tema di sostenibilità (30.09.2019 https://www.ilpattosociale.it/2019/09/30/ambiente-la-miopia-europea-ed-italiana/).

Tutelare la specificità del sistema economico industriale italiano rappresenta o dovrebbe rappresentare il principale obiettivo di una classe dirigente politica e governativa senza per questo risultare distanti dalle politiche di “austerità ambientale” ma potenziali veicoli di un forte impatto economico e sociale.

In questo senso basterebbe ricordare come l’Unione europea contribuisca con il 9% delle emissioni di CO2, quindi, rimanendo più che condivisibile la ricerca di un minore impatto (*) ambientale, emerge evidente come la miopia europea nasconda obbiettivi politici ed ideologici pericolosi per la crescita complessiva del nostro Paese e dell’Europa industriale. In questo senso basti ricordare la recente ricerca pubblicata dall’istituto Bruno Leoni nella quale si dimostra come gli oltre 1000 miliardi investiti nelle ferrovie abbiano avuto sotto il profilo ambientale un impatto pressoché minimale nel settore del trasporto merci (https://www.linkiesta.it/2021/07/ferrovie-treni-europa-ambiente/).

Invece di accodarsi al trend dominante e fuorviante europeo, espressione di una impostazione ideologica anti economica, il governo Draghi dovrebbe con orgoglio rivendicare gli obiettivi raggiunti e prospettare un concetto di sostenibilità più ampio contenente fattori e parametri aggiuntivi espressione di una sintesi economica, sociale ed ambientale.

Ora più che mai il palcoscenico offerto dalla ricerca di una maggiore ecosostenibilità diventa il nuovo trait d’union di entità politiche elettoralmente minoritarie ma unite non tanto dal riconoscimento degli effetti climatici, che qui nessuno contesta, quanto dalle attribuzioni delle responsabilità individuabili sempre nell’economia liberale occidentale e nei comportamenti soggettivi dei privati cittadini. Proprio questi “responsabili” della crisi climatica sono coloro i quali da decenni non li votano più. La vendetta politica dei perdenti si tinge quindi di verde.

(*) l’obiettivo di emissioni zero per il 2050 fa sorridere in quanto espressione di una competenza infantile.

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