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Rimuovere la storia senza contestualizzarla

La nuova moda, la nuova pseudocultura, in diverse parti del mondo, è rimuovere la storia valutando gli accadimenti del passato senza contestualizzarli. E’ più che evidente, anche se non per tutti purtroppo, che la schiavitù è un orrore ma invece di indirizzare le nostre azioni contro quei governi che la praticano sul loro popolo, sulle minoranze, e a volte su altri popoli, la nostra indignazione si rivolge al passato quando culture diverse, e i gradi di rispetto dell’essere umano, erano inferiori e si analizzano quelle epoche con i nostri attuali parametri. Così la storia non può essere compresa e nella furia iconoclasta si distruggono monumenti, vestigia, simboli di epoche senza le quali noi non saremmo quelli di oggi.

In molti siamo stati inorriditi quando i talebani hanno distrutto i Buddha di Bamiyan o l’Isis ha frantumato il Tempio di Baalshamin a Palmira ma le loro azioni non sono state molto diverse da quelle di chi in questi mesi ha abbattuto le statue di personaggi come Cristoforo Colombo o di chi a Siviglia invita i proprietari di quasi 500 case a togliere le targhe che, sulla facciata, ricordano il programma edilizio istituito nel 1950 dal regime franchista. Il vivienda de proteccion oficial, programma di edilizia popolare del governo di Franco, costruiva case per i cittadini meno abbienti ed oggi queste case, per come sono state edificate, sono ritenute di pregio e si trovano in quartieri centrali. Di questo passo dovremmo radere al suolo le piramidi perché costruite da schiavi e forse anche gli acquedotti romani per non parlare dei templi non solo dell’Antica Grecia?

La storia della uomo è piena di ingiustizie, orrori ed errori ma attraverso di essi siamo arrivati all’attuale grado di civiltà, civiltà che rischia di perdersi per chi giudica la storia invece di studiarla e si dimentica, spesso per interesse ed opportunismo, di giudicare il presente e di impegnarsi per evitare moderne barbarie, dai bambini che continuano a lavorare nei paesi poveri, dove le nostre imprese delocalizzazione, alle donne e alle persone più fragili che anche nel più ricco mondo occidentale subiscono quotidiani soprusi.

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