Traffici di migranti in Italia diretti da gruppi armati nel sud della Libia
Le reti di traffico di carburante e le attività dei gruppi armati nel sud della Libia contribuiscono ad alimentare i flussi migratori irregolari diretti verso l’Italia. È quanto emerge dal rapporto del Panel degli esperti delle Nazioni Unite, che individua nel Fezzan, in particolare nelle aree di Sebha e Kufra, uno snodo chiave di un sistema integrato di traffici illeciti che collega Africa subsahariana e Mediterraneo. Secondo gli esperti Onu, il controllo di porzioni di territorio e infrastrutture nel sud, lungo i confini con Niger, Ciad e Sudan, consente a reti criminali e gruppi armati di gestire contemporaneamente traffici di carburante, armi e migranti. Il rapporto evidenzia che “le stesse rotte utilizzate per il contrabbando vengono sfruttate per il trasferimento di persone”, in un sistema in cui le diverse economie illegali risultano interconnesse.
In particolare, l’area di Kufra, nel sud-est del Paese e a ridosso del confine sudanese, viene indicata come un hub logistico per i movimenti provenienti dall’Africa orientale, mentre Sebha, principale centro urbano del Fezzan, rappresenta un punto di smistamento verso la costa nord-occidentale, in direzione di Tripoli, Zawiya e Sabrata, da cui partono le imbarcazioni dirette verso le coste italiane. Gli esperti sottolineano che il controllo armato di queste rotte consente ai gruppi locali di imporre tariffe, gestire i flussi e proteggere le attività di traffico, creando “un ecosistema criminale integrato” che rende difficile distinguere tra contrabbando di merci e traffico di esseri umani. Il rapporto evidenzia inoltre che la fragilità delle istituzioni e la frammentazione del controllo territoriale favoriscono la continuità di questi flussi, con ripercussioni dirette sulla sicurezza del Mediterraneo centrale. In questo contesto, la Libia continua a rappresentare il principale Paese di transito per i migranti diretti verso l’Italia, in un quadro in cui le dinamiche locali nel sud del Paese incidono direttamente sulla pressione migratoria lungo la rotta libica.
Lo stesso documento accusa figure chiave dell’est libico, tra cui Saddam Haftar, di esercitare un controllo diretto e indiretto sul settore energetico, coinvolgendo reti di contrabbando di carburante, riciclaggio e finanziamento di gruppi armati. Secondo il report, le infrastrutture petrolifere e le istituzioni ufficiali sarebbero state progressivamente piegate a interessi personali e militari, con effetti diretti sulla governance del Paese. Gli esperti delle Nazioni Unite affermano che Saddam Haftar, vice comandante generale dell’Esercito nazionale libico (Enl), la forza armata guidata da Khalifa Haftar e dominante nella Cirenaica (est), con una presenza significativa anche nel Fezzan (sud-ovest), avrebbe svolto “molteplici ruoli nel settore energetico e nei conflitti regionali”, utilizzando la propria influenza per garantire protezione a reti di traffico illecito. In particolare, il rapporto sottolinea che “individui influenti hanno stabilito meccanismi paralleli di controllo all’interno delle istituzioni ufficiali”, con riferimento alla National Oil Corporation (Noc), l’ente petrolifero statale con sede a Tripoli.
Il documento indica che, attraverso intermediari come Rifaat al Abbar (ex sottosegretario al ministero del Petrolio e del gas del governo libico con sede a Tripoli), sarebbe stata creata una struttura parallela in grado di “aggirare i meccanismi di supervisione e indirizzare decisioni e contratti verso interessi specifici”. Questo sistema avrebbe inciso direttamente sulla gestione dei principali asset energetici distribuiti tra la Mezzaluna petrolifera (Sidra, Ras Lanuf, Brega), lungo la costa centro-orientale, e i terminali dell’est libico. Sempre secondo il Panel, il controllo di basi militari e infrastrutture strategiche nel sud del Paese, in particolare nell’area di Kufra, al confine con Sudan e Ciad, avrebbe consentito la gestione diretta di reti di traffico di carburante, armi e stupefacenti.
Gli esperti affermano che tali strutture sarebbero state utilizzate anche per trasformare la Libia in “una piattaforma logistica a supporto delle operazioni delle Forze di supporto rapido sudanesi”, attraverso l’aeroporto di Kufra e installazioni militari di frontiera. Sul piano marittimo, il porto di Tobruk, nella Cirenaica orientale, viene indicato come uno dei principali hub di quella che il rapporto definisce una “zona grigia per esportazioni illecite”, mentre le attività di contrabbando di carburante si sarebbero estese anche ai terminali di Bengasi e Ras Lanuf. Il documento descrive inoltre un sistema integrato di evasione dei controlli legali gestito da una rete criminale guidata da Muin Sharaf al Din, evidenziando come “il controllo armato delle infrastrutture consenta di manipolare flussi di petrolio e accordi economici”. Il rapporto dedica ampio spazio anche alla gestione della Noc, accusando l’ex presidente Farhat Bengdara di aver facilitato operazioni finanziarie opache e di aver utilizzato la propria posizione per indirizzare contratti verso entità legate a Saddam Haftar e ad ambienti vicini al Governo di unità nazionale (di Tripoli).
Gli esperti sostengono inoltre che Bengdara avrebbe esercitato pressioni su società controllate dalla Noc per aprire conti presso un istituto da lui gestito, utilizzando il bilancio dell’ente come copertura per trasferimenti verso reti collegate a gruppi armati. Nel rapporto si afferma infine che “la crescente interferenza di gruppi armati nel settore petrolifero ha compromesso l’indipendenza della Noc”, trasformandola in uno strumento esposto all’influenza di attori armati e centri di potere rivali. Il sistema di interferenze e condizionamenti, secondo gli esperti, non riguarda tuttavia esclusivamente l’est del Paese, ma coinvolge anche attori e reti operanti nell’ovest, in particolare nell’area di Tripoli. Il rapporto afferma che “attori statali e non statali hanno esercitato influenza sui processi decisionali e sui flussi finanziari”, indirizzando contratti e risorse verso entità riconducibili a diversi centri di potere. Tra questi, gli esperti citano anche ambienti vicini al governo guidato da Abdulhamid Dabaiba, con base a Tripoli, evidenziando come la competizione per il controllo delle rendite petrolifere attraversi tanto l’est quanto l’ovest del Paese.
Il documento sottolinea che il controllo delle infrastrutture energetiche, inclusi i terminali occidentali collegati ai flussi verso Zawiya e Mellitah, consente ai gruppi armati di influenzare direttamente produzione, esportazioni e accordi economici. Questo sistema, secondo il Panel, crea “spazi per attività illecite e per la redistribuzione informale delle entrate petrolifere”. Gli esperti evidenziano infine che “la frammentazione istituzionale e la presenza di catene di comando parallele” continuano a ostacolare il rafforzamento dello Stato e la gestione trasparente delle risorse, alimentando una competizione che attraversa l’intero Paese, dalla Tripolitania alla Cirenaica fino al Fezzan.




