Tre nomi per il prossimo segretario generale dell’Onu. Usa e Cina al lavoro per la nomina
Con il mandato di Antonio Guterres in scadenza il 31 dicembre 2026, la corsa alla segreteria generale delle Nazioni Unite entra nella fase più delicata. Il processo è formalmente aperto dal 25 novembre scorso, quando i presidenti del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale hanno inviato la consueta lettera congiunta di invito alle candidature. Ma dietro la facciata di una procedura sempre più trasparente, con audizioni pubbliche, dichiarazioni programmatiche e rendiconti finanziari delle campagne, si consuma una partita geopolitica il cui esito dipende in ultima istanza dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito e Francia. Un solo veto è sufficiente ad affossare qualunque candidato. E sullo sfondo di questa competizione si staglia sempre più chiaramente la rivalità strutturale tra Washington e Pechino per il controllo delle istituzioni che governano l’ordine internazionale, un sistema che la Cina ha scalato metodicamente nel corso degli ultimi due decenni, conquistando posizioni di vertice in un numero crescente di agenzie.
Al momento le candidature formalmente depositate sul sito delle Nazioni Unite sono tre. Il primo a scendere in campo è stato l’argentino Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) dal 2019, candidato da Argentina, Italia e Paraguay il 26 novembre 2025. A marzo si sono aggiunti Rebeca Grynspan, ex vicepresidente della Costa Rica e attuale segretaria generale della Conferenza Onu sul commercio e lo sviluppo (Unctad), e l’ex presidente senegalese MackySall, nominato dal Burundi. Due candidature hanno già subito battute d’arresto significative. L’ex presidente cilena Michelle Bachelet, nominata congiuntamente a febbraio 2026 da Cile, Brasile e Messico, ha perso il sostegno di Santiago il 24 marzo, dopo che il governo conservatore del nuovo presidente José Antonio Kast ha ritirato il proprio appoggio, citando la “dispersione delle candidature” latinoamericane e le difficoltà di percorribilità della corsa. La candidatura dell’argentina Virginia Gamba, ex rappresentante speciale Onu per i bambini e i conflitti armati, è invece caduta il 25 marzo quando le Maldive, suo unico sponsor, hanno ritirato la nomina.
La norma informale della rotazione geografica pesa su tutta la competizione. Nessuna donna ha mai ricoperto l’incarico, e diversi Paesi hanno sostenuto con forza che dopo ottant’anni sia giunto il momento di una segretaria generale. A questo si somma la questione regionale: per tradizione il mandato dovrebbe ora spettare all’America latina. Con l’uscita di scena di Bachelet e Gamba, Grynspan si trova nella posizione più forte per incarnare entrambe le istanze, ovvero donna e latinoamericana, e la sua candidatura ha guadagnato slancio nelle ultime settimane. Grossi resta tuttavia il candidato con il profilo più alto sul piano tecnico-diplomatico. La sua gestione dell’Aiea negli anni più caldi della crisi nucleare iraniana e del dossier di Zaporizhzhia, in Ucraina, gli ha garantito maggiore visibilità. Ma proprio questo bagaglio lo espone al rischio del veto: la Russia potrebbe usare il proprio potere contro di lui per via delle sue posizioni sul conflitto contro Kiev e sul controllo del sito nucleare ucraino. Grossi è inoltre l’unico candidato a non essersi dimesso dal proprio incarico per candidarsi, continuando a guidare l’Aiea durante la campagna.
La candidatura di Sall rispecchia le ambizioni del continente africano, che non presenta un segretario generale dal 1996, quando l’egiziano Boutros Boutros-Ghali fu estromesso dopo un solo mandato per il veto degli Stati Uniti, contrari al suo attivismo indipendente e alla sua gestione delle crisi in Somalia e Ruanda. Gli Usa promossero al suo posto la figura del ghanese Kofi Annan, che esercitò un doppio mandato dal 1997 al 2006. La candidatura di Sall, tuttavia, soffre di una base di sostegno fragile. La nomina è arrivata dal Burundi, non dall’Unione africana nel suo complesso, e il governo del Senegal ha esplicitamente dichiarato di non sostenere la sua candidatura, rivelando nuovamente le tensioni irrisolte tra Sall e le nuove autorità di Dakar guidate dal presidente Bassirou Diomaye Faye e dal premier Ousmane Sonko.
È però sul versante della rivalità sino-americana che la corsa assume la sua dimensione più profonda. Washington si trova in una posizione inedita rispetto al 2016: l’amministrazione del presidente Donald Trump ha avviato un ridimensionamento aggressivo del multilateralismo onusiano, accompagnato da tagli ai finanziamenti e da una crociata contro il linguaggio della “diversità di genere” nelle agenzie Onu. Il rappresentante statunitense all’Onu, Mike Waltz, ha dichiarato di voler contrastare la penetrazione cinese nell’apparato burocratico delle Nazioni Uniti, puntando a inserire più funzionari statunitensi nei livelli iniziali della carriera diplomatica per farli crescere nel sistema e competere con Pechino sul terreno delle nomine interne. È una dichiarazione di guerra burocratica a bassa intensità, che segnala come lo scontro tra Washington e Pechino sul Palazzo di vetro non si esaurisca nella scelta del segretario generale, ma si estenda al controllo capillare dell’apparato tecnico-amministrativo.
Pechino ha infatti costruito nel tempo una posizione di influenza sistemica all’Onu che va ben al di là della singola nomina. La Cina controlla quasi un terzo delle principali agenzie specializzate delle Nazioni Unite, avendo espresso i direttori generali dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uitu), dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (Unido) e dell’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (Icao). Per fare un confronto, Francia, Stati Uniti e Regno Unito guidano un’agenzia specializzata ciascuno, pur contribuendo al bilancio onusiano tre volte tanto rispetto a Pechino. La ricerca accademica mostra che la Cina costruisce coalizioni con Stati più deboli per controllare le nomine del personale dirigente, e che le agenzie guidate da funzionari cinesi tendono ad allineare il proprio linguaggio istituzionale a quello di Pechino. Il vero strumento di influenza cinese, tuttavia, è il voto africano: le nazioni africane, il blocco regionale più numeroso all’Assemblea generale con il 28 per cento del peso complessivo, hanno svolto un ruolo cruciale nel sostenere l’ascesa della Cina nelle istituzioni multilaterali, in cambio di decenni di investimenti, cooperazione allo sviluppo e presenza diplomatica capillare attraverso la Nuova via della seta (Belt and road initiative, Bri).
Sul segretario generale, la posizione cinese è storicamente orientata a favorire un candidato del Sud globale che non ponga problemi sul fronte dei diritti umani o di Taiwan. Criteri che escludono di fatto qualunque profilo marcatamente occidentale. Grynspan, con la sua esperienza all’Unctad e la sua provenienza latinoamericana, potrebbe incontrare meno resistenze a Pechino rispetto a Grossi, il cui curriculum all’Aiea lo lega indissolubilmente a dossier più sensibili. Il risultato di questa partita dipenderà, in ultima analisi, da chi tra i candidati saprà costruire la coalizione più ampia tra i membri permanenti: non soltanto evitando i veti, ma risultando sufficientemente neutro da non provocarli. Il Consiglio di sicurezza condurrà scrutini segreti a più turni — nel 2016 ne furono necessari sei — fino a quando un candidato non emergerà senza raccogliere alcun veto. Solo allora si procederà al voto formale per raccomandare il candidato all’Assemblea generale, il cui ruolo è sostanzialmente quello di ratificare la scelta del Consiglio. La procedura dovrebbe concludersi tra la tarda estate e l’autunno di quest’anno, con il nuovo segretario generale in carica dal primo gennaio 2027. Prima di arrivare a quel momento, la settimana del 20 aprile si terranno a New York i dialoghi pubblici tra i candidati e gli Stati membri, trasmessi in diretta. Ciascun candidato avrà tre ore per presentare il proprio programma e la propria visione. È la fase più visibile del processo, ma anche quella meno decisiva: la vera trattativa avverrà, come sempre, a porte chiuse.




