Costume e Società

La Bibbia per un bambino

Quante (ancora) ingiustizie!

I corpi di Betty June Binnicker (11 anni) e di Mary Emma Thames (7 anni) furono trovati in un fosso il 23 marzo 1944 nella piccola cittadina di Alcolu, nella Carolina del Sud (Stati Uniti). Le due bambine non erano rientrate a casa il giorno prima e tutto il paese si era dato da fare per cercarle compresa la comunità afroamericana, fra i quali George Senior.

I due medici che fecero l’esame post mortem dissero che erano state uccise in modo brutale. Molto probabilmente con un oggetto metallico. Nella stessa giornata la polizia arrestò due ragazzini afroamericani, George Junius Stinney, di 14 anni e suo fratello Charles, di 12 anni con l’accusa di omicidio. Siamo nel 1944. Siamo nel Sud degli Stati Uniti dove gli afroamericani erano lasciati in vita solo perché il loro sfruttamento sul lavoro portava maggiori profitti. E Acolu era una piccola cittadina di quelle zone dove i bianchi e gli afroamericani vivevano separati e andavano in scuole e chiese separate. George viveva con suo padre George Senior, sua madre Aime e i suoi 4 fratelli, 2 maschi (di 17 e 12 anni) e due femmine (di 10 e di 7 anni).

Charles fu rilasciato subito mentre George, nonostante una sorella dichiarasse che era con lui quando si stabilì che le bambine vennero aggredite, venne trattenuto nella prigione dello sceriffo il quale dichiarò ai giornali che il ragazzino aveva confessato. Da quel momento fu tutto un susseguirsi in paese di voci (le famosissime e ammirevolissime pie voci) che dicevano che loro “lo sapevano”, che “il ragazzino era rissoso”, “un bullo” e che “aveva già minacciato di uccidere qualcuno!”. I più valorosi e coraggiosi uomini bianchi, invece, chiedevano di poter fare giustizia con le loro (sempre pie) mani. Il rischio del linciaggio era alto, così, nel giro di poche ore George venne trasferito nella prigione di Colombia (a 130 km di distanza) mentre il padre veniva licenziato e costretto a trasferirsi con tutta la famiglia in una catapecchia (ancor più catapecchia di quella già abitata) poco fuori paese. Il compagno di cella di George affermerà in seguito che il ragazzino piangeva tutti i giorni dicendo che era innocente e che lo avevano tenuto senza cibo e picchiato per costringerlo ad una spontanea confessione. Dopo soli ottantatré giorni dal suo arresto (dei quali ben ottantuno passati in cella senza poter mai parlare, né tantomeno abbracciare la sua mamma e i suoi familiari), dopo meno di tre ore di processo davanti a una giuria (selezionata lo stesso giorno) di pii uomini e donne bianche, George Junius Stinney venne condannato a morte. La sua esecuzione ebbe luogo presso il Central Correctional Institution di Colombia il 16 giugno 1944 alle 19:30. I secondini gli diedero una Bibbia affinché ci si sedesse sopra. George, infatti, era alto poco più di un metro e mezzo e le cinghie della sedia elettrica non erano pensate per le misure di un bambino. Così come la maschera facciale. Le cronache del tempo, infatti, riportano che dopo la prima scarica di duemila e quattrocento Volt, la maschera che gli copriva il volto saltò via “rivelando tante lacrime sul suo volto e molta schiuma sulla sua bocca”. Durante le successive scosse anche le sue piccole mani uscirono dalle cinghie che le trattenevano. George venne ufficialmente dichiarato morto dopo quattro minuti dalla prima folgorazione.

Nessuna dichiarazione di confessione scritta è stata mai depositata agli atti. George è stato interrogato da solo, senza i suoi genitori o un avvocato. Quello nominato dal tribunale, il sig. Charles Plowden (un commissario delle tasse in corsa per l’elezione all’ufficio locale – che di leggi non sapeva nulla) non solo non ha mai contestato la totale assenza di prove oggettive che collegassero George al duplice omicidio ma non ha né contestato le enormi divergenze nelle dichiarazioni dei tre poliziotti su quanto George avrebbe (a detta loro) confessato spontaneamente né ha portato testimoni (perché afroamericani?) e né ha interrogato i testimoni dell’accusa. E, come se non bastasse, sebbene il rapporto del medico legale avesse escluso la violenza sessuale, il Giudice acconsentì che l’accusa aprisse un dibattito sulla possibilità di stupro. Anche in questo caso l’avvocato non fece opposizione. Ricordo che siamo nel civilizzato Sud degli Stati Uniti. Siamo in un’aula di tribunale. Ci sono un giudice (bianco), una giuria (composta solo da uomini e donne bianchi), avvocati e personale del tribunale (bianchi) e più di mille persone (bianche – perché agli afroamericani era proibito entrarvi) ammassate per assistere al grande spettacolo del momento: la condanna a morte di un ragazzino non bianco di 14 anni.

Dopo la sentenza del giudice la famiglia di George e la National Association for the Advancement of Colored People si appellarono al governatore Olin D. Johnston per ottenere clemenza ma egli, non solo diede ordine di procedere con l’esecuzione ma rispose che “Potrebbe essere interessante sapere che Stinney uccise la ragazza più piccola per violentare quella più grande, poi uccise la ragazza più grande e violentò il suo cadavere. Venti minuti dopo tornò e tentò di violentarla di nuovo, ma il suo corpo era troppo freddo”. Affermazioni mai supportate da nessun testimone o da alcuna dichiarazione, né tantomeno dal medico legale. Il giorno della condanna di George, sia il Giudice che lo ha condannato che tutti i giurati e i testimoni pronunciarono con la (pia) mano sul petto la solenne frase: “Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d’America. Una nazione unita dalla fede in Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti”.

Il 17 novembre 2014 (settant’anni dopo) il Giudice Carmen Mullen (bianca) ha annullato la condanna a morte di George affermando che “sebbene potrebbe aver commesso questo crimine, non ha avuto un equo processo”. Chapeau!

17 novembre 2020. Dal giornale La Repubblica “Genitori più aggressivi con i figli durante il lockdown: lo studio dell’Università Bicocca di Milano”.

E questa è solo una delle migliaia di notizie possiamo leggere sulle violenze, da quelle fisiche a quelle psicologiche, che i bambini subiscono ogni giorno.

Non esiste pianta, o insetto o animale che agisca contro natura e contro la propria progenie. Sebbene la nostra strada sia segnata, non disperiamoci. Non tutto è perso. Non tutti i popoli hanno perso questa ancestrale memoria.

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio […] E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, ponendo le mani su di loro.

Mc 10,13, 14, 16

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