Costume e Società

Non chiamatemi assassina

Stimoli per una nuova cultura della sostenibilità

La condizione degli animali che vivono negli zoo, nei parchi di divertimento (divertimento solo umano) o comunque costretti a vivere al di fuori dei loro habitat naturali, viene denominata “cattività” (dal latino captivitas) ovvero la condizione di chi vive da captivus “prigioniero”.

Detto ciò, che una vita da prigioniero (senza alcuna colpa e innocente!) possa portare alla follia e ad azioni impulsive o “cattive”, il passo è davvero molto breve, persino nel mondo animale dove anche l’azione apparentemente (per noi) più violenta e crudele (del leone come di un’orca) rientra nell’ordine degli avvenimenti di questo mondo, al pari di un’eruzione vulcanica o di una tempesta di fulmini. Per cui la storia degli animali bollati come “assassini” perché ribellandosi ai loro carnefici lo sono divenuti essi stessi non può essere ignorata o archiviata sempre come un fatale incidente ma, al contrario, deve diventare anch’essa oggetto di un nuovo modo di raccontare alle future generazioni che ogni azione porta a delle reazioni e che anche nei confronti del mondo animale abbiamo fatto troppi sbagli. Infatti, la narrazione che dietro a tanti spettacoli di animali (così come per tanti alimenti di origine animale) vi è molta violenza e sfruttamento (e torture in molti casi) deve rientrare rapidamente in quel processo di transizione culturale (di cui si parla tanto) verso un mondo più sostenibile. Perché se sugli adulti ricade la responsabile decisione di boicottare certi spettacoli di animali come certi prodotti o alimenti è anche vero che peluche (sintetici), figurine, cartoni animati o film (con animali antropomorfi spesso anche piuttosto isterici) non potranno generare (come è stato già dimostrato nel caso della mia generazione) alcuna empatia o amore per gli animali e la natura in genere. Certamente più positivi quei documentari che raccontano le meraviglie della natura e, al contempo, i problemi a loro causati dalle nostre azioni. Sempre e comunque meno positivi rispetto alla possibilità di poter condividere con i nostri figli il contatto diretto con animali e spazi aperti ricchi di vegetazione. Un bambino che vede delle orche saltare in un parco acquatico non può che esserne stupito e meravigliato. È normale. La natura desta stupore e meraviglia. Quello che non è normale è che ci siano ancora milioni di persone che continuano a portare i loro figli a questi spettacoli. A chi piacerebbe essere rapito da bambino e costretto a vivere rinchiuso in una piccola stanza per imparare a fare (con continue violenze fisiche e psicologiche) ogni giorno, per decine di anni, pochi stupidi e inutili gesti per soddisfare la curiosità di tante persone rumorose e indifferenti alle nostre sofferenze? A nessuno. Stiamo parlando di sequestro di persona (Art. 605 bis c.p.), sfruttamento del lavoro minorile (Art. 602 bis c.p.) tortura (Art. 613 bis c.p.) ed almeno altri dieci reati gravi. Ma stiamo parlando di reati previsti in un codice penale fatto dagli uomini per gli uomini. Troppo poco si è fatto in questa direzione quando si parla del rapporto fra uomini e animali (figuriamoci con i vegetali!).

Era il 1983 quando un’orca maschio di soli due anni (denominata Tilikum) viene catturata nelle acque del fiordo Berufjörður, non lontano da Reykjavík (Islanda). Tenendo conto che mediamente passano dai quattro agli otto anni tra un parto e l’altro (per via di un lungo periodo di accudimento per i cuccioli di orca), Tilikum è stato, di fatto, strappato alla madre ancora molto piccolo. Il primo anno da prigioniero lo trascorre nuotando da solo e in tondo in una piccola vasca dell’Hafnarfjördur Marine Zoo, in Islanda, prima di essere trasferito, in una vasca poco più grande, presso il parco acquatico Sealand of the Pacific, in Canada. E tenendo conto che le orche sono mammiferi che vivono in gruppi familiari affiatati e capaci di nuotare per 150 km al giorno (ad una velocità che può raggiungere i 55 Km/h) e di immergersi dai 30 a 150 metri per più volte al giorno, tutti i giorni per procurarsi il cibo, vivere anche fosse solo per poche ore da soli e in una piccolissima vasca con acqua alla stessa temperatura, nutriti in orari e in quantità stabiliti, è per loro una tortura indescrivibile. Immaginatevi cosa possa significare per la loro condizione fisica e mentale essere costrette a farlo per anni! Non c’è da meravigliarsi, infatti, se delle 166 orche catturate in natura a partire dal 1960 (dati dell’associazione britannica Whale and Dolphin Conservation) in molte hanno cercato di ribellarsi quando ne hanno avuto l’occasione. L’arma utilizzata (ancora oggi nella maggior parte degli spettacoli con animali) per limitarne la ribellione è quella della minaccia della privazione del cibo. “Ti do da mangiare se ti esibisci, altrimenti rimani digiuno”. I molti incidenti con gli addestratori sono stati spesso insabbiati o minimizzati da quasi tutti i direttori dei parchi marini. Se questo non è stato più possibile è solo grazie al proliferare di telecamere e telefonini che ne hanno documentati moltissimi in questi anni. Il piccolo Tilikum, divenuto nel tempo l’esemplare di orca vivente più grande (lungo quasi sette metri e con un peso di oltre cinque tonnellate) è anche divenuto il più famoso esemplare per la sua “cattiveria”. Nel 1991, nel 1999 e nel 2010 ha infatti ucciso l’istruttore del momento.

Perché dopo il primo “incidente” non sono terminati questi “spettacoli”?

Tilikum ha finito di soffrire nel gennaio del 2017 a soli 34 anni (mediamente le orche maschio possono vivere fino a 50, 60 anni) dopo una lunga e mortificante prigionia durata più di tre decenni. Ancora oggi le orche vengono spesso definite “orche assassine” rifacendoci alla traduzione del loro nome comune inglese che è killer whales (balene assassine). Ma in questa storia, come nella lunga storia di tutte le torture verso gli animali, chi è il vero assassino? Chi è il vero orco? (in latino il nome delle orche deriva dal nome del dio Orcus, il dio degli inferi). Ci sono storie che non possiamo più evitare di raccontare ai nostri figli, come ci sono domande a cui non possiamo più evitare di rispondere. Nel contempo, non chiamiamole più assassine.

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