Europa

A Bruxelles si meditano misure più restrittive per gli investimenti ecologici

Davanti alla corsa a una finanza sempre più sostenibile, Bruxelles prepara un giro di vite sui parametri in base ai quali stabilire se gli investimenti sono davvero green oppure usano la sostenibilità solo per attrarre clienti (il cosiddetto greenwashing). In meno di 20 anni il valore dei fondi che si concentrano su questioni ambientali, sociali e di governance (Esg) è arrivato a superare i 30mila miliardi di dollari e nel solo 2020 c’è stato un balzo da 1.700 miliardi. Eppure, a fine agosto un’analisi della Ong Influence Map mostrava che il 71% dei fondi Esg sul mercato non sono allineati all’accordo di Parigi. Ed ha fatto molto rumore l’indagine delle autorità tedesche e americane su Dws, società di asset management controllata da Deutsche Bank, accusata proprio di greenwashing, cioè di vendere per sostenibili prodotti che in realtà non lo sono.

La Commissione europea sa bene che gli investimenti privati servono al Green Deal. L’Ue deve investire circa 350 miliardi di euro in più ogni anno nel decennio 2021-30, rispetto al decennio precedente, per raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici e proprio per questo c’è la consapevolezza che gli investimenti su clima e ambiente devono essere credibili. E’ per questo che sono necessarie definizioni, metodologie di misurazione e indicatori quantitativi, ovvero quel pacchetto di standard comuni sugli investimenti verdi su cui l’Ue sta lavorando dal 2018. Da tre anni a Bruxelles si sta costruendo un’architettura di criteri tecnici sulle informative, le metodologie di misurazione della sostenibilità, standard propri per i Green Bond e la classificazione degli investimenti “verdi”. Ma ci sono ancora due grandi problemi da risolvere prima che si possa arrivare al varo di un quadro di riferimento.

Sul fronte esterno, alla Piattaforma internazionale sulla finanza sostenibile dell’Ue per ora hanno aderito solo Argentina, Canada, Cile, Cina, India, Kenya e Marocco. Sul fronte interno, invece, la classificazione degli investimenti verdi (la cosiddetta tassonomia) è stata bloccata dal Consiglio Ue a causa delle divisioni degli Stati membri su gas e nucleare. Tuttavia, sotto la spinta della Cop26 è possibile che entro breve le nuove norme possano vedere la luce.

In attesa che arrivi la stretta Ue, c’è però chi già si è attrezzato. E’ il caso della Bei, il braccio finanziario dell’Unione: dal 2022 la Banca europea degli investimenti esaminerà più severamente i contraenti dei prestiti. Già da quest’anno, tutti i progetti approvati devono essere in linea con gli impegni dell’Accordo di Parigi. Dall’anno prossimo chi vorrà accedere a un prestito Bei dovrà presentare un’agenda per la decarbonizzazione, e non potrà ottenere finanziamenti se continua a investire in attività ad alte emissioni.

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