Europa

Berlino non vuole il nucleare nella tassonomia delle fonti europee

Due parole, nucleare e Ets, e il tavolo dei leader è saltato. La fumata nera al Consiglio Ue sull’energia affonda le sue radici nel complesso capitolo della transizione ecologica. Sul caro prezzi, in realtà, i leader europei un compromesso lo avevano trovato, inserendo nelle conclusioni gli stock comuni su base volontaria. Ma, ad un certo punto, sul tavolo dell’Europa Building è finito il dossier tassonomia ed è sceso il buio. La classificazione delle attività economiche che possono essere definite sostenibili è attesa nei prossimi giorni e la Commissione Ue, nonostante il fallimento del vertice, ha confermato che entro l’anno l’atto delegato ci sarà. Ma servirà tanto equilibrismo a Bruxelles dove, con il passare delle ore, salgono i timori che alla fine la tassonomia slitti al 2022.

Nella tassonomia l’Ue si appresta a inserire due fonti energetiche considerate stabili, e quindi utili a parare gli effetti collaterali della transizione: il gas, particolarmente caro all’Italia, e il nucleare. A Palazzo Berlaymont, forse, avevano dato per scontato che un sostanziale consenso, tra i leader Ue, sarebbe stato trovato. Non è andata così. Sul nucleare si è levato immediatamente il muro di Germania, Lussemburgo e Austria. Sul gas l’opposizione è stata meno netta ma comunque l’ipotesi suscita un certo fastidio nei Paesi del Nord, tutti con dei Pnrr che hanno le maggiori percentuali di risorse dedicate agli investimenti verdi.

Parallelamente ha deciso di passare all’attacco anche il Gruppo Visegrad. Repubblica Ceca e Slovacchia ma soprattutto Polonia e Ungheria hanno puntato il mirino sull’Ets, il mercato delle emissioni che obbliga chi produce inquinando a pagare delle quote. Secondo Varsavia, nella tempesta dei prezzi energetici, il meccanismo è un colpo per le casse di una Polonia legata al carbone. “Dobbiamo rimuovere gli speculatori dal sistema”, gli ha fatto sponda Viktor Orban esultando per l’unità di Visegrad e rilevando qualche ora dopo, e forse con un pizzico di esagerazione, che “al summit si è quasi venuti alle mani”. Il presidente del Consiglio Ue Charles Michel, di fronte alla bagarre, non ha potuto fare altro che alzare bandiera bianca. Anche perché nei Palazzi di Bruxelles, c’è la convinzione che l’offensiva di Varsavia e Budapest abbia anche un colore politico: quella di dimostrare che i 2 Paesi costantemente sotto attacco per le loro leggi poco complementari al diritto Ue siano due membri a tutti gli effetti dell’Ue. Anzi, che quell’Unione siano anche capaci di metterla sotto scacco.

Il nucleare è un affare innanzitutto franco-tedesco. Una fonte diplomatica europea la spiega così: con i Verdi nel governo il Cancelliere Olaf Scholz non poteva tornare dal suo esordio a Bruxelles con “l’odiato” nucleare in saccoccia. Ma il tema divide anche la Commissione Ue. Al pasdaran verde Frans Timmermans si oppone il titolare del Mercato Unico Thierry Breton. “No abbiamo bisogno del nucleare per la transizione, chi dice il contrario mente”, è la sua sentenza. E poi c’è chi, tra Palazzo Berlaymont e l’Europa Building, invita a vedere il lato geopolitico delle fonti energetiche. E su questo aspetto, con un’Ue legata al gas russo, il nucleare potrebbe essere strategico. E l’Italia? Di fatto, prende atto del fallimento con una consapevolezza: il pacchetto ‘Fit for 55’, che contiene 13 proposte su energia e clima. L’obiettivo, per Roma, è che la transizione sia percorsa in maniera rapida ma senza seminare tasse, inflazione e disoccupati. Lunedì, al Consiglio dei ministri dell’Ambiente, se ne riparlerà. Ma un accordo è possibile solo al vertice dei leader di marzo. E intanto, è l’accusa lanciata Raffaele Fitto di Ecr, “l’inverno sarà finito”.

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