Europa

Bruxelles chiede all’Italia maggior cooperazione nella lotta alla criminalità

La lotta alla criminalità e al terrorismo in Europa è una questione delicata interamente basata sulla cooperazione giudiziaria e di polizia dei 27 Stati membri. Uno sforzo comune che di fatto l’Italia ‘ostacola’ fin dal 2011, perché non ha mai aperto le sue banche dati come chiedevano le norme Ue entrate in vigore quell’anno proprio per facilitare le indagini a livello europeo. Per questo motivo la Commissione Ue ha deciso di andare avanti con la procedura d’infrazione già aperta da anni, e ha deferito l’Italia alla Corte Ue. Un passaggio che potrebbe portare a una condanna e a sanzioni pecuniarie se il Governo non si dovesse mettere in regola a breve.

La Commissione contesta all’Italia di non essersi adeguata alle cosiddette “decisioni di Prum”, cioè quell’insieme di norme fissate dal Consiglio dei ministri dell’Interno della Ue nel 2008, allo scopo di rafforzare la cooperazione giudiziaria tra gli Stati membri. Per Bruxelles si tratta di “uno strumento fondamentale nella lotta al terrorismo e alla criminalità”. Esse consentono agli Stati membri di scambiarsi rapidamente informazioni su Dna, impronte digitali e dati nazionali di immatricolazione dei veicoli, permettendo a procura e polizia di identificare i sospetti e di stabilire collegamenti tra i casi penali in tutta l’Unione. Tutte possibilità che l’Italia non ha ancora concesso ai suoi partner europei.

La Commissione aveva avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia già nel 2011, quando lo scambio di informazioni diventava operativo, e non ricevendo alcuna risposta nel 2017 è passata al secondo passo, inviando un parere motivato, ed esortando l’Italia a rispettare pienamente gli obblighi giuridici. Ma dopo ripetute indagini sui progressi compiuti dal Paese nell’adempimento dei suoi obblighi, “si constata che a tutt’oggi l’Italia ancora non consente agli altri Stati membri di accedere ai propri dati relativi al Dna, alle impronte digitali e all’immatricolazione dei veicoli”, fa sapere la Commissione europea. Ora sarà la Corte a doversi esprimere, ed eventualmente ad imporre sanzioni se il Governo non agirà in fretta.

Ma la cooperazione giudiziaria non è l’unico fronte aperto per l’Italia nel settore della giustizia. Bruxelles ha aperto anche una nuova procedura d’infrazione perché la legislazione nazionale applicabile ai magistrati onorari “non è pienamente conforme al diritto del lavoro dell’Ue”. La Commissione ricorda che diverse categorie di magistrati onorari, quali i giudici onorari di pace, i viceprocuratori onorari (Vpo) e i giudici onorari di tribunale (Got), non godono dello status di “lavoratore” in base al diritto nazionale italiano, ma sono considerati volontari che prestano servizi a titolo “onorario”. Non avendo lo status di lavoratore, “non godono della protezione offerta dal diritto del lavoro dell’Ue e risultano penalizzati dal mancato accesso all’indennità in caso di malattia, infortunio e gravidanza, dall’obbligo di iscriversi presso il fondo nazionale di previdenza sociale per i lavoratori autonomi, nonché da divari retributivi, dalla discriminazione fiscale e dal mancato accesso al rimborso delle spese legali sostenute durante procedimenti disciplinari e al congedo di maternità retribuito”. L’Italia ha 2 mesi per adottare le misure necessarie, trascorsi i quali la Commissione potrà decidere di inviare un parere motivato.

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