Europa

Bruxelles taglia le stime del Pil europeo per il 2022, ma confida in un rallentamento breve

I “venti contrari” alla ripresa hanno soffiato più forte di quanto previsto e Bruxelles, nelle previsioni economiche d’inverno, rivede le stime del Pil di quest’anno dell’eurozona, dell’Ue e di 17 Paesi membri, Italia inclusa. Se nel novembre scorso la Commissione Ue stimava per Roma un Pil al 4,3% nel 2022, secondo Palazzo Berlaymont ora il livello di crescita è destinato a fermarsi al 4,1%. Confermato al 2,3% il Pil italiano per il 2023, sotto il livello dell’eurozona, al 2,7%. L’esecutivo europeo, infatti, resta ottimista. “Il rallentamento della ripresa è più acuto del previsto” e trainato dall’impennata del Covid, dall’inflazione e dalla strozzatura delle forniture ma “i venti contrari dovrebbero progressivamente diminuire, prevediamo che la crescita riprenda velocità già questa primavera”, ha sottolineato il commissario Ue agli Affari Economici Paolo Gentiloni.

Rispetto alle previsioni d’autunno, è tuttavia soprattutto la cautela ad avanzare nel rapporto invernale dell’Ue. “Incertezza e rischi restano elevati, notevolmente aggravati dalle tensioni geopolitiche in Est Europa”, si legge nelle stime, nelle quali emerge innanzitutto un fattore: l’Ue, tre mesi fa, non si attendeva un quadro inflazionistico così negativo. In autunno prevedeva un’inflazione al 2,2% per il 2022, nelle attuali stime il dato sale drasticamente al 3,5% per scendere, altrettanto nettamente, all’1,7% nel 2023. Per l’Italia l’inflazione, dopo l’1,9% del 2021 è attesa sopra il livello dell’eurozona, al 3,8%, nel 2022, per andare poi a scendere all’1,6% nel 2023.

Un’impennata su cui pesano due fattori, innanzitutto: il caro energia e le prolungate strozzature nelle forniture. Ed è qui, più che nell’ondata di Omicron, che in questo inizio anno si concentra la zona d’ombra dell’Europa post-pandemica. “L’inflazione ha alzato la testa, ci si attende che i prezzi dell’energia restino alti per un lungo periodo e questo creerà problemi su alcune categorie di beni e servizi”, ha spiegato Gentiloni, ricordando che, ad aumentare l’incertezza, c’è comunque anche l’andamento del Covid. Solo dall’ultimo trimestre dell’anno – ha aggiunto l’ex premier – l’inflazione potrebbe cominciare a diminuire. Le curve di inflazione e crescita accomunano Eurolandia e Ue. A livello di Unione, infatti, l’inflazione nel 2022 toccherà addirittura il 3,9% mentre il Pil si fermerà al 4%, lo 0,3% in meno rispetto alle stime di novembre.

E l’Italia? “In un contesto non facile le previsioni per Roma sono rassicuranti”, ha sottolineato Gentiloni rimarcando come, proprio in queste settimane, il Paese stia tornando ai livelli pre-pandemici. Livelli nei quali, nonostante la perdita di slancio, tutti i Paesi membri rientreranno entro il 2022. Un ruolo dirimente è ricoperto dal Next Generation Ue, a cominciare dall’Italia. “Le previsioni di crescita positive sono collegate alla buona attuazione del Pnrr sul quale il governo è pienamente impegnato”, ha spiegato Gentiloni soffermandosi, tra l’altro, sul dossier Balneari, altamente divisivo per la maggioranza e sul quale il pressing dell’Ue è costante. “Le concessioni vanno riassegnate attraverso meccanismi di gare, non si può ignorare che stiamo in un regime di competizione”, ha osservato.

Ma per Roma, nei prossimi mesi, sarà cruciale anche la revisione del Patto di stabilità. A marzo la Commissione elaborerà le linee guida transitorie in vista delle leggi di bilancio dell’autunno. E l’ipotesi circolata nelle ultime ore è che Bruxelles punti al congelamento delle regole del debito per il 2023, soluzione che sarebbe provvidenziale per Paesi ad elevato debito come Francia o, appunto, Italia. Ma i ‘falchi’ non hanno abbassato la loro trincea e la Germania del post-Merkel ha finora mandato segnali tutt’altro che rassicuranti. Non si può tornare a ricette del passato, serve “tenere sotto controllo il debito senza uccidere la crescita, e le soluzioni ci sono.”, ha ribadito ai cronisti Gentiloni. Il problema sarà trovare quell’ampio consenso sul quale Bruxelles punta per rivedere la governance economica senza l’emergere di “vecchie divisioni”.

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