Europa

CO2: not in my back yard

Il Mercato ETS (Emission Trading System) nasce con il sogno, supportato da un’unica visione ideologica priva di ogni riferimento con l’economia globalizzata, della burocrazia europea di combattere ed abbattere le emissioni di CO2. L’obiettivo dichiarato era quello di portare ad una riduzione del 50% entro il 2030 rispetto a quelle registrate nel 1999. A tutt’oggi, quindi, a partire dal 2021 e per i prossimi nove (9) anni il nostro sistema economico dovrebbe riuscire praticamente a diminuire le quote di emissioni di una percentuale doppia rispetto a quella ottenuta negli ultimi trent’anni (-26%): un risultato di per sé già notevole.

Un obiettivo assolutamente irraggiungibile al momento, per di più in considerazione di questo terribile momento storico e per gli effetti disastrosi della pandemia. Una situazione talmente difficile mentre si intravede una luce flebile alla fine del tunnel e caratterizzata da un’esplosione dei costi delle materie prime legati soprattutto alla concorrenza dei paesi dell’estremo Oriente, quindi della Cina.

Come logica conseguenza ci si sarebbe aspettati una sospensione o quantomeno un ammorbidimento degli obiettivi e del percorso temporale per il loro raggiungimento da parte della classe politica europea e della sua elefantiaca burocrazia. Già il posticipare gli obiettivi sia in termini di riduzione delle percentuali di CO2 quanto dei tempi per il raggiungimento dell’obiettivo rappresenterebbe un segnale incoraggiante soprattutto per quanto riguarda gli investimenti necessari finalizzati ad una ripresa economica duratura del continente europeo.

Non una parola, invece, di reale comprensione del momento storico estremamente complesso e per molti versi drammatici anche in prospettiva delle ricadute sociali viene dall’Unione Europea e tantomeno da Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea: una granitica resistenza nel proprio integralismo economico ed ambientalista ed incurante, ai limiti del disprezzo, degli effetti combinati legati alla crisi economica da covid-19.

Emerge evidente, quindi, una sostanzialmente incongruità espressa dal presidente della Commissione europea in rapporto alle competenze che una classe dirigente e politica deve dimostrare specialmente in periodi di difficoltà la cui prima manifestazione viene rappresentata da una flessibilità ideologica ed operativa.

Questi nuovi rappresentanti dell’integralismo ambientale europeo stanno così ponendo le basi per la nascita di un nuovo euroscetticismo il quale potrebbe trarre le proprie ragioni non tanto da una scelta ideologica politica quanto da una valutazione sugli effetti delle politiche dell’Unione Europea operate in particolare negli ultimi due anni e dalla dimostrazione di non possedere alcuna capacità di adattamento intellettuale al contesto.

Risulta infatti evidente come le risorse finanziarie, peraltro quasi  interamente a debito, che l’Unione Europea ha messo a disposizione attraverso il piano PNRR risultino sostanzialmente minimali per quanto riguarda gli effetti in termini di occupazione e crescita economica all’interno di un mercato globale se, come sembra, verranno utilizzate solo ed esclusivamente per una transizione ambientale di natura ideologica senza destinare alcuna risorsa alla crescita della competitività complessiva dei sistema economico  italiano (magari attraverso una riduzione della pressione fiscale e delle accise).

Le riforme strutturali relative alla giustizia e alla pubblica amministrazione risultano sicuramente fondamentali per attirare investimenti nel nostro Paese mentre l’ottuso mantenimento dei dogmi ambientalisti, anche in un momento così difficile, ed a causa dell’aumento esponenziale del prezzo della CO2, rende molto più competitivi e quindi attrattivi per gli investimenti i paesi extraeuropei come gli Stati Uniti e la Cina.

L’esplosione dei prezzi dei diritti di CO2 in Europa dimostra, ancora una volta, come l’obiettivo dichiarato ambientalista si riverberi negativamente sull’economia europea e dei singoli paesi dirottando l’interesse degli investitori verso altri continenti i quali si guardano bene, nel breve termine, di adottare alcuna politica penalizzante la ripresa economica.

E’ evidente come la devastazione sociale e gli effetti di questa transazione ambientale con le gravi ricadute economiche non rappresenti un problema per la presidenza della Commissione europea. La classe politica europea, quindi, rinnova, disinteressandosi di ogni effetto delle proprie scelte, il vecchio principio “Not in my back yard”.

In altre parole la politica europea ha ripreso la strategia italiana nella elaborazione di un piano di approvvigionamento energetico. Si acquista l’energia di origine nucleare dalla Francia, dalla Svizzera e dalla Slovenia ma non la si produce

Si persiste nel tentativo di diminuire la presenza di CO2 a costi sociali ed economici imbarazzanti per restare fedeli al principio NOT IN MY BACK YARD.

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