Europa

Dal 2026 la Ue farà pagare i costi ambientali della produzione di chip

Prodotti quasi interamente tra Taiwan, Corea del Sud, Cina i chip usati ormai per qualsiasi prodotto – dalle automobili alle armi, dai droni agli elettrodomestici intelligenti – comportano un forte impatto ambientale per la loro produzione. E adesso che stanno per entrare in vigore due nuove direttive Ue, la loro scarsa ecosostenibilità rischiano di diventare un costo per le imprese europee che comprano chip.

In un report appena pubblicato, Chip Supply Chain, Greenpeace Asia ha misurato l’impronta ambientale, sia le emissioni prodotte direttamente che quella della catena di fornitura, di Microsoft, Apple, Amazon, Google, Meta, Nvidia, Broadcom, Advanced Micro Devices (AMD), Qualcomm e Intel. Sono i marchi che offrono servizi e prodotti legati all’intelligenza artificiale, i più noti e sono tutti americani, ma dietro di loro c’è quasi sempre la taiwanese Tsmc, che produce il 60% dei chip (90% di quelli con dimensioni inferiori ai 10 nanometri). Lo studio riferisce che buona parte delle emissioni complessive prodotte da queste dieci compagnie viene dall’Asia: si va da un minimo del 33% per Amazon all’84% e 97% rispettivamente di Amd e Nvidia.

La produzione di un singolo chip richiede vari processi di litografia Euv e incisione (etching) e ampiconsumi di elettricità. Greenpeace stima che entro il 2030 la sola industria dei chip prodotti per l’intelligenza artificiale crescerà di 170 volte, arrivando a consumare 37.238 Gwh in un anno (più o meno quanto l’elettricità consumata nel 2023 da un Paese come l’Irlanda) e i colossi americani si riforniscono in Asia, oltre che la capacità locale di produrre quei prodotti, anche perché nei Paesi che ospitano i produttori di chip c’è una normativa più lassista circa l’approvvigionamento elettrico. Fornitori come Tsmc a Taiwan e Samsung in Corea del Sud dipendono ancora dall’energia fossile e tranne Apple nessuno dei 10 colossi americani, denuncia Greenpeace, ha imposto ai suoi fornitori di usare solo energia rinnovabile entro il 2030.

Ma, appunto, dal 2 agosto 2026 l’AI Act, direttiva voluta dalla Commissione europea, prevederà codici volontari per la sostenibilità delle aziende del settore e, nel frattempo, la Commissione Ue sta studiando un piano per misurare quanto prima e in maniera più completa possibile l’impatto ambientale dei sistemi Ia. Questa novità potrebbe tradursi anche in multe fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato annuo globale per le azioni non conformi alle disposizioni energetiche dell’AI Act. Pur non colpendo per ora direttamente i chip asiatici importati in Italia, la sua espansione prevista entro il 2030 a tutti i settori altamente inquinanti (Ets) potrebbe obbligare gli importatori a pagare certificati al prezzo EU del carbonio, con multe fino a 100 €/ton CO₂ e non conforme.

L’Italia sarà uno dei primi Paesi europei ad affrontare il problema, perché la sua dipendenza da chip asiatici è più accentuata rispetto ad altri Paesi: la Germania produce internamente circa il 15% dei chip che utilizza, la Francia il 12%, l’Italia solo il 5%,. Gli investimenti per allentare la dipendenza dall’Asia ci sono – Pnrr, Chips Act europeo – ma costruire fabbriche di semiconduttori richiede anni. E nel frattempo le aziende italiane continuano ad accumulare emissioni che presto diventeranno un costo reale.

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