Europa

La Brexit e le elezioni europee

I favorevoli a rimanere in Europa sarebbero il 55,3% contro il 44,7%

Paradossale e stravagante il risultato del voto europeo nel Regno Unito, voto che ha ulteriormente influito sulla Brexit e che si aggiunge alla crisi politica che ha travolto Theresa May, dimissionaria dal 7 giugno. Le elezioni infatti sono sopraggiunte dopo il referendum del 2016 che ha visto vincitori coloro che sostengono l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Da allora la politica inglese è stata centrata sulle modalità dell’uscita, ma il parlamento non ha mai approvato le proposte negoziate con l’UE dalla Premier May. Per ben tre volte la Camera dei Comuni ha respinto gli accordi raggiunti dalla May con i negoziatori dell’UE. La posta in gioco era un’uscita “morbida”, regolata con l’Europa, contro un’uscita “dura”, senza regole. Fino ad ora questa è la prospettiva che si presenta ed il paradosso è rappresentato da un Regno Unito che per uscire dell’UE partecipa alle elezioni del suo Parlamento, per abbandonarlo subito dopo, quando – e se – l’uscita  avverrà veramente. Già dai primi risultati, i media europei gridavano al successo travolgente di Nigel Farage, che con il suo partito, nuovo di due mesi, è riuscito a raggiungere il 31,6% dei voti (29 deputati), una percentuale  di tutto rispetto che pone il Brexit Party al primo posto, superiore di ben undici punti dal secondo partito, il Lib-Dem dei Liberali con il 20,3% (16 deputati). Al terzo posto risultano i Laburisti con il 14,1% (10 deputati) e subito dopo i Verdi con il 12,1% e 7 deputati. I Conservatori, cioè il partito di Theresa May e di David Cameron, il promotore dell’infausto referendum del 2016 sulla Brexit, si collocano al quinto posto con il 9,1% di voti e solo 4 deputati. Una clamorosa sconfitta, dalla quale sarà difficile che possano risorgere in tempi brevi, a meno che le sorti della Brexit non prendano altre pieghe dopo queste elezioni europee. Farage ha vinto, dunque, ma in Europa, nel nuovo Parlamento appena eletto, sarà una degna, ma esigua minoranza. Un po’ come Salvini: vincitore in patria, ma perdente in Europa. Infatti, comunque si guardino i risultati del Regno Unito, una netta maggioranza di elettori, il 55,3%, è andata per i partiti orientati a rimanere nell’Unione europea, mentre quelli favorevoli all’uscita hanno raggiunto solo il 44,7%. Una differenza di 10 punti è notevole e sta a significare che se Nigel Farage è in testa ai risultati di voto, la maggioranza degli inglesi è saldamente a favore del rimanere in Europa. Nei prossimi mesi c’è da aspettarsi dunque una forte contrapposizione tra chi propugna la Brexit e chi proporrà un secondo referendum, che sarà tenacemente avversato con tutti i mezzi, proprio perché è ormai chiaro che i favorevoli alla Brexit, soprattutto ad una Brexit senza accordi (no deal) sono una minoranza. Le elezioni hanno anche dimostrato che una posizione pro Brexit è costata una secca perdita di voti per i Laburisti. Le titubanze del loro leader, Jeremy Corbyn, e la sua indecisione verso una presa di posizioni chiara e netta ha favorito i Verdi, che ora si distanziano dai Laburisti da soli 2 punti. I Conservatori, più che con gli elettori, sono ora impegnati nella scelta di un leader che sostituisca la May. Le candidature sono diverse e per ora la più pregnante sembra quella dell’ex ministro degli Esteri Boris Johnson, già sindaco di Londra ed ex ministro degli Esteri, personaggio ingombrante e rumoroso, avversario tenace della May. I giochi non sono ancora fatti e molto dipenderà dai membri che sono contro la Brexit.

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