Europa

La Ue vuole imporre ai rider lo status di lavoratori dipendenti

Subordinati o autonomi? In ogni caso, tutelati. La Commissione europea dà l’altolà alla deregulation delle grandi piattaforme dei servizi digitali e sbarra la strada al lavoro ‘usa e getta’. Stabilendo, con una cesura netta tra flessibilità e sfruttamento, che le decine di migliaia di rider di UberEats, Deliveroo o Glovo – ma anche il drappello di tutti gli altri lavoratori della gig economy – in Europa dovranno in certi casi essere considerati dipendenti e non più collaboratori autonomi. Con l’onere di dimostrare il contrario in tribunale che finisce tutto sulle spalle delle aziende. Uno schiaffo, quest’ultimo, che ha fatto subito infuriare la Confindustria europea, secondo la quale molti lavoratori delle piattaforme sono autonomi per scelta.

Dopo la rivoluzione delle abitudini e del delivery portata dal Covid, per Bruxelles è arrivato il momento di prendere di petto i cambiamenti del mercato del lavoro e di compiere una rivoluzione dei diritti sociali. Che, ha tuonato il commissario al Lavoro, Nicolas Schmit, devono essere alla base di tutti i modelli di business. Compreso quello di Uber e delle piattaforme digitali con il loro esercito di addetti spesso invisibili per banche dati e Inps, che la Ue stima passeranno dai 28 milioni attuali a 43 milioni nel giro dei prossimi 4 anni.

Anche se il cambiamento per ora riguarderebbe soltanto una parte minore del plotone (tra gli 1,7 e i 4,1 milioni di lavoratori dei 5,5 milioni che Bruxelles considera siano attualmente classificati come autonomi in modo erroneo) il percorso parte con il riconoscimento della reale natura legale dei rapporti di lavoro. In una speciale lista di criteri da spuntare per la regolarizzazione, Bruxelles prevede che in presenza di almeno due indicatori da scegliere tra la definizione dall’alto del livello di retribuzione, la supervisione delle mansioni, le restrizioni su orari o uno specifico codice di abbigliamento da rispettare, ci si trovi a tutti gli effetti davanti a un rapporto di lavoro dipendente. E scatti il vincolo di assunzione. Con il corollario di diritti che ne segue. Insomma, ha sintetizzato il commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, “chi viene utilizzato come dipendente dovrà avere diritti adeguati”. Anche se questo, per gli industriali europei, rischia di compromettere un comparto florido che fa della flessibilità e dell’innovazione il suo punto di forza. “Nessuno sta cercando di uccidere, fermare o ostacolare la crescita” delle piattaforme, ma anche quel tipo di business deve “adattarsi” agli standard sociali europei, è stata la replica di Schmit. Con Bruxelles che in contemporanea ha aperto alla contrattazione collettiva per gli autonomi.

L’applicazione del regolamento comunque – una volta superato il vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio – dipenderà molto dalle decisioni che vengono prese dai singoli Stati membri, che vedono affastellarsi sempre più cause tra lavoratori e autonomi nei tribunali nazionali. In almeno dodici capitali, tra cui Roma, l’intervento della Ue era richiesto a gran voce, con tanto di missiva spedita a Bruxelles la scorsa settimana. Per il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, le misure comunitarie rappresentano “un passo molto importante” e “una priorità” su cui il governo è impegnato e continuerà a lavorare “per garantire tutele a tutti nel presente e nel futuro”. Un auspicio condiviso anche dal leader del M5S, Giuseppe Conte, che ricordando il presidio di lavoro offerto dai rider nei mesi più duri della pandemia e denunciandone le condizioni “precarie, al limite del caporalato”, evidenzia come sia “fondamentale una tutela europea anche per evitare che vengano aggirate le normative nazionali”. L’Italia, però, secondo l’ex premier “deve fare di più” per “dare un senso al principio di dignità scolpito nella Costituzione”. Con o senza il benestare delle piattaforme alla Ue.

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