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Un segnale forte per evitare l’agonia

All’inizio di questa tragedia che ha colpito il mondo e ha visto, e vede, l’Italia detenere in Europa, e non solo, il triste record di morti e contagiati avevamo pensato che dal pericolo comune del virus  potesse nascere quella Unione europea che fino ad ora non ha realizzato i veri obiettivi per i quali era nata. Ancora una volta ci siamo illusi, dopo avere per 25 anni cercato di dare un contributo di impegno, studio, proposte e attività parlamentare per aiutare, finalmente, a dare concretezza, dopo tante parole e promesse spese negli anni, ad azioni comuni quali la realizzazione di una politica comune, dal terrorismo all’immigrazione, dalla lotta all’emarginazione alle nuove malattie, dalla divisione del sistema bancario ed alla sua maggiore trasparenza alla tutela degli interessi produttivi dei paesi dell’Unione.

In verità nulla è stato raggiunto, da un lato l’Europa si è allargata in tempi troppi rapidi, dall’altro sono  aumentate divisioni che hanno portato o all’immobilismo o a scelte riduttive se non addirittura sbagliate. Il Regno Unito se ne è andato e cittadini di molti paesi europei hanno dimostrato crescente indifferenza, addirittura repulsione in certi casi, verso il gigante con il paraocchi, l’Europa. E la sua principale istituzione, il Consiglio europeo, ha dimostrato tutti i limiti di un organismo superato e teso a difendere interessi di alcuni rispetto all’interesse complessivo. In queste ultime settimane purtroppo, mentre la crisi sanitaria, economica e politica ha cominciato a travolgere tutti e tutto ci eravamo, una volta ancora, illusi che da tanto dolore e davanti ad un così grave pericolo le Istituzioni europee potessero essere capaci di quel colpo di reni necessario a dare vita, da subito, ad azioni comuni sia per sostenere gli Stati, cominciando dai più colpiti, sia per creare una task force comune per l’assistenza alle urgenze sanitarie e per la ricerca di cure e vaccini, mettendo insieme tutte le risorse per andare sul campo ed agire concretamente. Salvando il Parlamento europeo, che ha fatto quello che era in suo potere, un potere troppo debole rispetto alla rappresentanza  dei cittadini che lo hanno eletto, Commissione e Consiglio hanno una volta ancora perduto l’occasione, forse l’ultima, di salvare l’Unione dall’implosione che parte  dal suo stesso cuore.

Anche le dimissione dal CER (Centro europeo ricerche) del prof Ferrari, lo scienziato italiano che da gennaio ne era responsabile, sono un altro significativo esempio del “cupio dissolvi” che anima da tempo l’Unione. Il prof. Ferrari si è dimesso perché è stata rifiutata, dall’ente di governo del CER, e senza neppure discuterla, la proposta di un programma scientifico comune che consentisse ai migliori scienziati di lavorare insieme per combattere il virus. Certo una scelta diversa dalle funzioni normali dell’ente ma in emergenze globali o si ha il coraggio di uscire dagli schemi della burocratica quotidianità o si rischia di morire e di lasciar morire tanti altri. Senza  una cabina di regia unica non di può sperare di trovare soluzioni comuni che ci mettano al riparo dal continuo e futuro espandersi del virus e la Commissione europea, con il commissario alla sanità, ha dimostrato di non poter o di non voler essere il polo unificante e propulsivo. Gli Stati sono andati in ordine sparso sia sui modi per contrastare l’epidemia che nelle scelte necessarie, dalla chiusura delle frontiere nazionali al sostegno alle vittime. Sotto gli occhi di tutti sono le scelte e le non scelte in tema di economia, lavoro, welfare. Siamo all’ultimo appello, all’ultimo segnale, se ancora nelle prossime ore non vi saranno adeguate e comuni decisioni per combattere e curare il covid l’Europa avrà decretato la sua agonia, non sappiamo quanto lenta, infatti se alcuni paesi non prenderanno le misure necessarie sarà inevitabile che chi le ha prese non si fidi ad avere contatti con altri, ad aprire le sue frontiere, a contribuire e lavorare con chi invece che aiutare ha fatto distingui ingiustificabili mentre si perdeva tempo prezioso al prezzo di vite umane.

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