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Una certa solitudine dell’Italia al tavolo dell’Europa nell’emergenza Covid: uno sguardo esterno e uno interno 2

Pubblichiamo di seguito la seconda parte dell’intervento dell’On. Nicolò Rinaldi scritto per Liberi Cittadini

Perché l’Italia fa fatica a trovare ascolto in Europa? Al cospetto delle previsioni quasi catastrofiche del FMI (-9% del Pil per il nostro Paese, il più penalizzato al mondo dalla pandemia), in un dibattito politico che rischia di essere autoreferenziale e perfino piagnone, questo è l’intervento che ho presentato a nome di Liberi Cittadini (https://www.libericittadini.it/covid-19-leuropa-e-litalia/)

Un MES per la sanità?

La vicenda del MES, per quanto ancora non del tutto definita, è significativa. Divisioni nella maggioranza, pregiudizi quasi ideologici allo strumento disponibile, e un ruolo distruttivo dell’opposizione, potrebbero indurre il governo a rinunciare ai 35 miliardi europei messi a disposizione del paese per finanziare il settore della sanità con interventi che siano direttamente o indirettamente rivolti all’emergenza pandemica. Pur accettando tale condizionalità, molto si potrebbe fare per rafforzare un settore che ha dimostrato forza e debolezza: colmare il divario rispetto ad altri paesi in quanto a capacità di posti in terapia intensiva, acquisto e immagazzinamento diffuso nel territorio di quel materiale di primo uso di cui l’Italia si è trovata sprovvista (mascherine, ventilatori, disinfettanti, ecc); creare delle indennità di crisi da devolvere al personale che in questi mesi ha rischiato la propria vita nei reparti; aprire presidii sanitari territoriali per incrementare la capacità di gestione degli ospedali; investire nelle residenze per anziani con misure protettive in caso di rischi infettivi; finanziare la ricerca di vaccini, farmaci e dispositivi sanitari (tamponi, rilevatori di presenze contaminanti in spazi chiusi, applicazioni informatiche, ecc.), da parte dei centri di ricerca dei policlinici universitari, assunzione di personale medico e paramedico specializzato; e molto altro. Lo stanziamento rappresenta dunque di un’occasione unica per sanare alcune anomalie del nostro sistema sanitario che se nel complesso ha tenuto, è stato anche risparmiato finora dalla diffusione della pandemia nelle regioni più vulnerabili e nelle quali interventi di sostegno sarebbero ancora più importanti.

Sebbene il sistema Italia si sia sempre trovato a disagio nell’utilizzare bene le risorse europee finalizzate a determinati scopi – che è poi la lezione dello scarso utilizzo dei fondi strutturali, anch’essi vincolati a specifiche finalità di spesa – la rinuncia allo strumento concordato in queste prime fasi del negoziato, sarebbe un tragico errore, quasi un esercizio di masochismo nazionalista.

Ciò che non è negoziabile, è che le probabili condizioni di utilizzo dei vari strumenti di sostegno finanziario siano finalizzate a uno sviluppo inclusivo della società e a una tenuta dei valori europei di coesione, bussola per permettere all’insieme dell’Europa di preservare il suo ruolo protagonista nella comunità internazionale, ruolo che potrebbe essere messo in crisi se tali valori saranno disattesi.

Affrontare ora i ritardi sistemici dell’Italia

Anziché invocare, a volte perfino con scarso senso della dignità nazionale, la solidarietà europea, l’Italia deve cominciare a praticare una propria solidarietà interna, che va sotto il nome di ristrutturazione della spesa pubblica. L’ingente volume del debito –  pur se in presenza di avanzi primari, pur se garantito dalla struttura produttiva del paese – è tale da non poterci permettere di fare quello che altri paesi possono: ricorrere senza timore ai mercati. Una spesa pubblica in buona parte dissennata, assistenzialista, disposta ad aiutare poco chi produce lavoro, poco propensa a incentivare l’innovazione, la digitalizzazione, le nuove generazioni, la ricerca e l’istruzione, e anche uno stato sociale efficiente e solidale, ha ormai necessità di essere ristrutturata, incalzata da stanziamenti aggiuntivi per far fronte agli effetti della pandemia e per tenere in piedi chi ancora è in misura di produrre ricchezza.

Non sarà a forza di MES e nemmeno di Corona Bond che l’Italia ce la potrà fare, ma solo se saprà affrontare responsabilità a cui finora si è voluta sottrarre. Questo comporta un compito titanico, ma imprescindibile in sede europea per recuperare quella credibilità e per rimuovere quelle riserve mentali ben presenti nei nostri alleati, condizione indispensabile laddove ci si sieda per negoziare un aiuto. Si tratta di dare avvio anche a un dibattito nazionale che né destra né sinistra amano: mettere mano, ai “sette vizi capitali” del sistema italiano. Vizi che in Europa hanno spesso il primato:

  • Il costo dell’evasione fiscale, dovuta anche a un selva di procedure e scadenze e un disequilibrio nella distribuzione del carico fiscale. Nell’UE, l’Italia è al primo posto (per evasione complessiva, 90 miliardi l’anno, e per evasione pro-capite: https://www.wallstreetitalia.com/evasione-fiscale-costa-825-miliardi-allue-italia-e-danimarca-in-vetta/).
  • Il costo delle corruzione (stimato in vario modo da meno di 50 a quasi 100 miliardi l’anno, con un indice di percezione che pone l’Italia al 22° posto nell’UE e prima in valori assoluti: https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-datasets/-/sdg_16_50).
  • Il ruolo dell’economia sommersa (circa il 12% del pil: https://it.blastingnews.com/economia/2019/10/istat-leconomia-sommersa-in-italia-vale-192-miliardi-002999391.html).
  • Il ruolo del crimine organizzato nell’economia (circa 100 miliardi di ricavi: https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2018/06/22/mafia-impresa-criminalita/, e un impatto negativo sull’economia che classifica l’Italia al 122° posto su 140 paesi a economia industrializzata: http://reports.weforum.org/global-competitiveness-report-2018/competitiveness-rankings/#series=EOSQ035)
  • Una burocrazia che per la sua complessità, lungaggine, e ritardi nella digitalizzazione rappresenta un freno allo sviluppo economico (classificata dal World Economic Forum addirittura al 136° posto sui 140 paesi a economia industrializzati presi in esame: http://reports.weforum.org/global-competitiveness-report-2018/competitiveness-rankings/#series=EOSQ048)
  • Il costo di un ordinamento istituzionale non al passo con le esigenze di una competitività sempre più globale: unico paese con un sistema bicamerale perfetto (unico caso nell’UE e quasi nel mondo: https://cise.luiss.it/cise/2014/07/22/bicameralismo-perfetto-anomalia-italiana/), un’articolazione di venti regioni, quasi ottomila comuni, autorità di bacino, consorzi di bonifica, eccetera.
  • La permanenza di privilegi che paiono quasi retaggi feudali a beneficio di varie “caste”: diseguaglianze negli emolumenti combinati del personale politico rispetto agli altri paesi europei, trattamenti pensionistici di alcune categorie di alti funzionari, numero di “auto blu”, e molto altro. Pur con un impatto finanziario a volte trascurabile, tali privilegi sono odiosi alla maggioranza dei cittadini e costituiscono un freno a una ristrutturazione della spesa pubblica che deve partire dall’alto.

Queste anomalie sono ben note in Europa, al punto che certe relazioni della Corte dei Conti o compilazioni dell’ISTAT sembrano a volte lette con maggiore attenzione a Bruxelles che non a Roma o a Milano. Sebbene oggetto di dibattito nazionale, nessun governo ha ancora avviato uno sforzo reale per rimediare ad alcuno di questi sette peccati capitali, che in larga parte si alimentato tra di loro in un intrecciato effetto nefasto. L’emergenza Covid mette a nudo queste profonde contraddizioni del nostro sistema: è impensabile far ripartire il paese senza saldare questi conti.

Presentarsi in Europa con alcune prime e ormai inderogabili misure di riforma, dolorose forse per alcuni ma di beneficio per la collettività, rafforzerebbe, e non poco, la credibilità della nostra richiesta di solidarietà e la nostra affermazione di voler appartenere alla migliore Europa.

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