Armi dall’Europa alla Russia attraverso gli ex Stati dell’Urss
Il Kirghizistan dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 è entrato nella classifica dei maggiori importatori d’armi e di munizioni dall’Europa. Secondo l’Organizzazione no-profit Brookings Institution, in quattro anni le vendite al Kirghizistan dalla Germania sono passate dai 10 agli 80 milioni di dollari, dalla Spagna da 10 a 50, dall’Austria da 10 a 80, dalla Romania da 8 a 68. Crescita esponenziale dal Belgio, dall’Olanda, dalla Slovenia e pure dall’Italia, dove l’export d’armi leggere nel Kirghizistan, fra il 2021 e il 2025, è cresciuto da un milione a oltre 50 milioni di dollari. E ancora: secondo l’Istituto tedesco di ricerca economica (Ifo), negli ultimi tre anni le armi esportate in Kirghizistan da Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria, sono passate da zero a decine di milioni di euro.
Come molti pezzi dell’ex Urss, il Kirghizistan appartiene all’alleanza militare russa Csto (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) creata nel 1992, ospita una base militare di Mosca ed è legato al Cremlino dall’Unione Economica Eurasiatica. Di fatto l’etichetta, appiccicata sulle casse che dall’Europa arrivano nella capitale kirghiza Biškek, è solo un indirizzo di copertura: la destinazione finale di tutte quelle armi è la Russia. L’inviato europeo per le Sanzioni, David O’ Sullivan, ha detto il 26 febbraio che «l’Ue sospetta che il Kirghizistan stia riesportando merci europee in Russia». E le armi sono fra queste merci.
L’Europa ha scelto di garantire forniture militari per l’Ucraina e negare invece qualsiasi aiuto a Mosca: dai tempi dell’annessione della Crimea (2014) nessun’arma può entrare in Russia e dal 2023 è proibito «vendere, trasferire, fornire o esportare in Russia armi da fuoco, loro parti e componenti essenziali e munizioni, anche se si tratta di armi a uso civile». In Italia la legge 185 del 1990 vieta di vendere materiale militare o «dual use» (cioè tecnologie civili che possano essere trasformate in armamenti) ai Paesi in guerra o che violino i diritti umani.
Il problema, ovviamente, sta nell’implementazione dei divieti, cioè nei controlli. Tanto in Italia quanto nel resto d’Europa, i controlli dei container avvengono a campione. E così oggi, nonostante 20 pacchetti di sanzioni alla Russia e divieti d’esportazione che coprono 42 diverse categorie di prodotti militari, molti produttori aggirano limiti e divieti, vendendo a governi Ue che a loro volta esportano dove non ci sono sanzioni alla Russia: oltre al Kirghizistan ci sono il Kazakistan, l’Uzbekistan, la Turchia, l’Armenia. E solo in Armenia, fra il 2021 e il 2023, l’Italia ha aumentato le esportazioni del 1.133%.
Secondo l’Ifo, il 36% dei componenti militari europei arriva sul mercato russo attraverso la Turchia, la Cina (23%), Hong Kong (16%) e gli Emirati arabi (10%): in gran parte, vengono utilizzati nella produzione dei droni russi Geran-2. L’intero Caucaso e tutta l’Asia Centrale sono coinvolti in questo business. Il Kazakistan, per esempio: legato a Mosca da accordi militari ed economici è oggi uno dei primi 40 importatori d’armi al mondo. E in Europa compra strumenti per la lavorazione dei metalli necessari per la produzione di armamenti, componenti elettronici, radio, apparecchi per comunicazioni nei droni e in altri sistemi d’arma, pistole e fucili di precisione Beretta, Sako e Tikka. E poi droni turchi Bayraktar Tb2, Bayraktar Akıncı, droni Tai Aksungur e Tai Anka, sistemi missilistici S-300 e Pechora-2Bm, blindati emiratini, fucili da cecchino, pistole, lanciagranate, razzi.
Dal 2023 a oggi sono cresciute tutte le aziende europee che fabbricano armi e munizioni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, solo dall’Italia sono arrivate in Russia 6.254 armi e un milione 107mila munizioni. Pistole semiautomatiche, fucili da caccia e di precisione in dotazione alle forze speciali. Nell’ottobre 2023, un anno e mezzo dopo l’inizio della guerra, all’esposizione internazionale OrelExpo di Mosca era possibile ancora acquistare pistole austriache Glock, fucili tedeschi Blaser, carabine americane Barrett, semiautomatiche Beretta.
C’è infine una interessante ex repubblica sovietica, il Turkmenistan, che non vende e non compra, eppure ospita gli uffici di tutti i maggiori player mondiali del mercato delle armi: stanno tutti lì perché è lì che si negozia. Vladimir Putin, dopo avere convertito molte delle industrie alla produzione bellica, può permettersi anche di vendere: il 3 febbraio ha annunciato orgoglioso che nel 2025 Mosca ha «esportato armamenti per 15 miliardi di dollari in 30 Paesi». Se il dato è vero, si tratta dello stesso budget che la Russia aveva prima della guerra e questo, secondo il centro di ricerche Defense News, significa due cose: gli affari non si sono mai fermati e le sanzioni non hanno mai funzionato.



