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Candidati moderati esclusi dalle presidenziali in Iran

Sette candidati ammessi e un vincitore che, secondo tutti gli analisti, appare già deciso per mancanza di avversari. La scure del Consiglio dei Guardiani cala sulle speranze di un voto almeno parzialmente competitivo nelle presidenziali del 18 giugno in Iran. L’organo incaricato di vagliare le candidature, dominato dai conservatori, taglia fuori dai giochi tutti i principali candidati moderati e riformisti, ammettendo solo due figure meno note al grande pubblico. La corsa alla successione di Hassan Rohani – che ha raggiunto il limite dei due mandati consecutivi – sembra così destinata a diventare un cammino solitario per l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, capo della magistratura e considerato uomo di fiducia della Guida suprema Ali Khamenei.

Il suo principale sfidante nei sondaggi, l’ex presidente del Parlamento Ali Larijani, un moderato e attualmente consigliere di Khamenei, non potrà invece presentarsi alle urne, secondo alcuni media per via della residenza negli Stati Uniti della figlia. Con lui è stato escluso anche l’uomo di punta dei riformisti, il primo vicepresidente di Rohani, Eshaq Jahangiri. Fuori causa pure il rampante ministro delle Telecomunicazioni Mohammad Javad Azari Jahromi, esponente moderato della nuova generazione nata dopo la Rivoluzione islamica del 1979. Largamente attesa era invece la bocciatura dell’ex presidente populista Mahmoud Ahmadinejad, come già avvenuto 4 anni fa.

Nonostante le forti polemiche e le rimostranze che sarebbero state fatte a Khamenei da Rohani, l’esito del voto sembra quindi già deciso e rischia di far schizzare alle stelle l’astensionismo, che alle parlamentari dello scorso anno registrò un record del 57%: frutto anche di una sfiducia crescente, dopo la dura repressione delle proteste contro il carovita del 2019 e dell’inverno 2017-2018 e la grave crisi economica che ha stremato la popolazione a seguito delle sanzioni americane. I restanti candidati in lizza avrebbero pochissime chance di mettere in difficoltà il 60enne Raisi, che nel 2017 con il 38% dei voti fu sconfitto da Rohani e oggi, secondo un sondaggio diffuso dall’agenzia Fars, vicina alla sua fazione, è accreditato di oltre il 72% dei consensi.

Nella lista degli aspiranti presidenti ammessi figurano altri 4 ultraconservatori: l’ex comandante dei Pasdaran, Mohsen Rezai, l’ex negoziatore nucleare Saeed Jalili, e i deputati Amirhossein Ghazizadeh Hashemi e Alireza Zakani. Due sono invece i riformisti, il governatore della Banca centrale Abdolnasser Hemmati e l’ex vicepresidente Mohsen Mehralizadeh.

Di fronte ad un esito elettorale che appare già scritto, Rohani proverà a lasciare in eredità il rilancio dell’accordo nucleare del 2015, croce e delizia della sua esperienza di governo. Proprio oggi, dopo l’intesa con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) sull’estensione di un mese dei controlli sui siti nucleari iraniani, sono ripresi a Vienna i negoziati sul possibile rientro degli Usa nel patto e la revoca delle sanzioni imposte da Donald Trump. “Ci sono alcune serie e importanti questioni ancora da risolvere”, ha ammesso il viceministro degli Esteri Abbas Araghchi, capo negoziatore di Teheran, augurandosi però che stavolta possa trattarsi della tornata decisiva.

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