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Gli annunci di Pfizer e Moderna spostano i trend delle Borse

L’annuncio a pochi giorni di distanza prima di Pfizer e poi di Moderna in merito alla predisposizione di due vaccini efficaci almeno al 90% contro il coronavirus ha ridato entusiasmo ai mercati. La possibilità concreta a breve termine di contrastare la pandemia significa infatti che l’ondata in corso può essere contenuta ed eventuali ondate successive potranno essere ancor più circoscritte se non prevenute. In soldoni, i mercati si attendono meno lockdown e un ritorno alla normalità per quanto riguarda lo svolgimento delle ordinarie attività, anche economiche. E questo non può che innescare un trend rialzista dei listini.

Il 9 novembre l’annuncio di Pfizer ha entusiasmato soprattutto l’Europa (+4,6% contro il +1,13% dell’indice americano S&P 500). Analogamente, l’annuncio di Moderna il 16 novembre è valso un +1,98% per la Borsa di Milano, +1,70% per quella di Parigi, +1,64% per quella di Londra e + 0,52% per quella di Francoforte (dove il titolo Moderna ha chiuso in rialzo del 7,9% a 82 euro), mentre negli States l’indice Standard & Poor’s ha guadagnato l’1,04% e il Nasdaq lo 0,69% (qui il titolo Moderna ha registrato un incremento intorno all’8%, a quota 96 dollari).

Sostanzialmente, i mercati sono tornati ai livelli di ottobre, quando ci si attendeva ancora la seconda ondata pandemica, poi effettivamente giunta con conseguente rallentamento anche delle attività economiche. Osservando più analiticamente i mercati stessi, si nota che la speranza di vincere la battaglia contro Covid-19 appare in grado di ridare fiato ai titoli ciclici, a discapito del comparto tecnologico, che maggiormente aveva beneficiato del lockdown. Si tratta di un elemento molto importante in chiave prospettica, guardando cioè al 2021. Per tutto l’anno corrente, caratterizzato dal blocco dovuto alla pandemia, i titoli tecnologici Usa sono stati il motore della ripresa, ma ora la prospettiva di un vaccino sta spingendo i flussi verso altri settori, come quelli ciclici, che hanno ancora strada da fare per recuperare le valutazioni pre-Covid.

Finché il mondo appariva sotto lo scacco del virus le attività economiche tradizionali, diversamente dalle imprese digitali, pativano prospettive di recessione, crollo del settore immobiliare, calo dei prezzi petroliferi, ridotti margini di profitto dovuti a bassi tassi di interesse. E infatti dall’inizio del 2020 il comparto growth è cresciuto di oltre il 25% mentre quello value si è contratto di oltre il 7%. Nel momento in cui appare possibile ‘armarsi’ per respingere l’offensiva di Covid-19, si torna a intravedere la possibilità di produrre e consumare come un tempo. In questo quadro, le aziende digitali appaiono costose e sopravvalutate quanto a prospettive di crescita. E infatti all’affiorare di una speranza non irrealistica di poter tornare a incontrarsi dal vivo e non solo online chiusi in casa propria, i titoli petroliferi sono stati tra i più performanti in Borsa (lunedì l’annuncio di Moderna ha fatto crescere Eni del 5% a Piazza Affari), mentre Zoom il 9 novembre (all’annuncio di Pfizer) ha perso il 17%.

“I guadagni di oggi sono dei titoli non tecnologici, ovvero di quelli che erano stati penalizzati dal Covid. Da inizio anno i titoli tecnologici hanno guadagnato circa il 40%, mentre il resto dei mercati era morto, inclusa la Borsa Usa se si esclude la tecnologia. Se guardiamo a ciò che è accaduto dopo la notizia dell’arrivo di un vaccino notiamo che a festeggiare è l’economia tradizionale, e non quella tech” ha osservato lunedì 16 Giorgio Arfaras, direttore della Lettera Economica del Centro Einaudi, rimarcando anche che “l’economia del Vecchio continente ha molti meno titoli tecnologici di quella statunitense, è un’economia di composizione più tradizionale”.

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