I cattivi maestri di Trump
La Marble è la chiesa dove Donald Trump ha conosciuto e sposato le prime due mogli, Ivana e Marla Maples ed è anche il luogo dove si è abbeverato per decenni dei sermoni del reverendo Norman Vincent Peale. Noto come uno degli esponenti di spicco del cosiddetto “New Thought” (un movimento religioso e pseudoscientifico fondato dal guaritore-ipnotista ottocentesco Phineas Quimby), Peale è asceso a star col bestseller The Power of Positive Thinking (’52, l’anno della canzone di Guthrie), summa di un credo in cui «i pensieri sono causativi», in quanto possono modificare o plasmare eventi o processi del mondo, secondo l’adagio per cui «la mente è in grado di influenzare direttamente la realtà». Sono teorie quest’ultime alle quali vi è chi riconduce la megalomania di Trump.
Altra figura di forte ascendente sull’attuale presidente americano è stato Roy Cohn, già collaboratore di Joseph McCarthy nella “caccia alle streghe” anticomunista. Trump lo conosce nel 1973 e se ne avvale per i suoi affari immobiliari, completa la realizzazione della Trump Tower a New York nel 1979. Ma Trump ne resta anche plasmato, secondo alcuni, che riconducono appunto all’ascendente di Cohn i motti fatti propri da Trump: «Attacca, attacca, attacca»; «Non ammettere niente, nega tutto»; «Di’ sempre che hai vinto e non ammettere mai la sconfitta». Più in generale, da Cohn Trump avrebbe mutuato un set tattico-strategico che include la manipolazione delle persone e dei fatti, la menzogna e la spudoratezza del contraddirsi come procedure sistemiche, il rancore e il desiderio di vendetta come carburanti di ogni azione-reazione. Fondendosi al duplice paternage di papà Freddy e del Reverendo Peale, quel set è andato a comporre l’egocentrismo-solipsismo iperaggressivo nella cui ottica Trump considera leggi e regole inciampi da aggirare o disintegrare, fino ai livelli altissimi dell’ingegneria istituzional-costituzionale della democrazia americana.
La Trump Tower è stata peraltro il veicolo con la quale Trump è venuto a contatto coi russi, e non coi più onesti. Coetaneo del palazzinaro, David Bogatin, acquista nel 1984 sei appuramenti del grattacielo trumpiano dove praticherà riciclaggio di denaro: Bogatin è infatti uno dei pionieri-artefici di quello che l’Fbi denominerà “Red Daisy”, un affare in cui mafia italiana e russa si spartiscono gli immani profitti dell’evasione fiscale su un vasto traffico di galloni di benzina (le temporanee stazioni vengono “chiuse” in anticipo sui controlli, i proventi transati in società fittizie panamensi).




