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La cultura dello sballo e la possibile lezione di Covid-19

Nel mondo pre-Covid19 non c’era fine settimana in cui gruppi di amici non perdessero la vita schiantandosi sulle strade al termine di una nottata di sballo in discoteca e non c’era occasione in cui non s’invocassero più controlli, etilometri all’uscita dei locali, mezzi di trasporto per riportare i giovani a casa sani e salvi. Ma, come ha osservato Susanna Tamaro lo scorso autunno sul Corriere della Sera, «Quello che mi stupisce è che nessuno, dopo questi ripetuti eventi, si fermi e dica: ma che cosa sta succedendo? Che mondo è un mondo in cui divertimento fa rima con stordimento, in cui strafarsi, fino al rischio di perdere la vita e farla perdere ai propri amici, diventa parte di un inevitabile rito settimanale? Che mondo è un mondo dove gli adolescenti si ubriacano a tal punto da non essere più in grado di ricordarsi con chi hanno passato la notte?».

Dopo l’esperienza della pandemia e delle conseguenti restrizioni per arginarne le diffusioni, suona ancora più attuale l’invito che la scrittrice rivolgeva un anno fa, quando ancora quello che è successo nel 2020 appariva impensabile e sarebbe sembrato fantascienza: «Ora forse, davanti a tanta distruzione, davanti a tanta disperazione, è venuto il momento di dire che non è così. Non siamo funghi, né meduse, ma una specie con un altissimo grado di complessità. E questa complessità, per svilupparsi nei ragazzi in modo positivo, ha bisogno di essere guidata da regole, paletti e limiti tracciati con fermezza dalla generazione che li ha preceduti. Regole, paletti e limiti che crescendo potranno anche abbandonare – perché questa è la nostra grande e inquietante libertà – ma senza i quali non avranno mai la possibilità di diventare davvero adulti».

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