La Procura di Prato chiede di adottare le misure per i pentiti per far fronte alla criminalità cinese
La mafia cinese è un pericolo per l’Italia già individuato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino quando scoprirono un traffico di stupefacenti che attraverso Bangkok, Roma e Palermo, vedeva come terminali il clan mafioso di Rosario Riccobono da una parte e Chang Chi Fu dall’altra. Negli anni ’90 iniziarono le prime indagini che portarono al riconoscimento di cinesi dello Zhejiang come mafiosi e nel 2001 la Cassazione confermò le condanne per associazione mafiosa a Khe Zhi Hsiang e sei sodali, attivi tra Toscana e Francia, responsabili di traffico di esseri umani, sfruttamento lavorativo, estorsioni, sequestri, gioco d’azzardo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nel 2003 la Corte d’Appello di Roma riconobbe un’associazione mafiosa cinese operante a Roma dal 1991 al 1993, dedita a estorsioni, sequestri e traffico di clandestini, collegata ad analoghe organizzazioni in Francia.
Oggi i gruppi criminali cinesi stringono alleanze con ’Ndrangheta, Sacra Corona Unita e gruppi albanesi, fornendo loro servizi bancari illegali di pagamenti internazionali per il narcotraffico, assicurando l’anonimato dei pagamenti e senza tracciabilità. Da giugno 2024 si è registrata una serie omicidi, pestaggi, incendi, induzione alla prostituzione) in cui sono coinvolti appartenenti alla criminalità cinese, che spaziano da Prato a Parigi. Secondo Luca Tescaroli, procuratore capo a Prato, «La grave emergenza che stiamo vivendo suggerisce la necessità di estendere anche nei confronti degli stranieri l’applicazione delle misure straordinarie di protezione e di assistenza previste per i collaboratori e i testimoni di giustizia. È fondamentale disporre dell’apporto di collaboratori nelle investigazioni come insegna l’esperienza dell’ultimo quarantennio, con riferimento al contrasto dei gruppi criminali permeati dall’omertà. Oggi sussiste la possibilità di ricorrere per lo straniero che collabora solo alle misure di protezione ordinarie, che vengono applicate dal Comitato per l’Ordine e la Sicurezza pubblica, e alle previsioni del decreto legislativo del 25 luglio 1998, n. 286, con le quali è prevista la possibilità di rilasciare permessi di soggiorno per motivi di giustizia. Un numero significativo di cittadini di origine cinese e pachistana ha iniziato una proficua collaborazione con la giustizia. Va incoraggiata e premiata con l’estensione delle misure straordinarie di protezione e di assistenza previste per i collaboratori e i testimoni di giustizia, con gli opportuni adattamenti. E potrebbe essere affiancata anche dalla creazione in Prato di una sezione della Direzione distrettuale antimafia. Solo con strumenti specifici, pensati dal legislatore e dal ministero, la giustizia italiana potrà affrontare un fenomeno che lede pesantemente il tessuto imprenditoriale italiano creando i presupposti per l’espansione di nuove e pericolose mafie».




