La ricetta dello psichiatra: l’educazione consentirà all’uomo di non lasciarsi svuotare il cervello dell’intelligenza artificiale
A suo tempo si temeva che adottare la scrittura al posto della tradizione orale avrebbe minato le capacità mnemoniche dell’uomo. Oggi si teme che l’intelligenza artificiale possa minacciare le capacità intellettuali e cognitive delle persone. Lo psichiatra e psicoterapeuta Marco Bertelli, che al tema ha dedicato il saggio ‘L’intelligenza che non Ai. Dialoghi sull’intelligenza tra un corpo e un algoritmo’ rileva che «i rischi e i vantaggi dipendono dall’uso che ne faremo, a sua volta legato a come ridefiniremo la nostra intelligenza e quella del cosmo in cui viviamo e in cui ci siamo sviluppati. L’intelligenza umana ha manifestato un carattere contraddittorio, anche nel percorso di autoconoscenza, rinunciando all’intuizione di una complessità inafferrabile a favore del bisogno di una riduzione tangibile. Ha creato una misura per sé stessa, il quoziente intellettivo, con l’obiettivo di ottimizzare il proprio percorso educativo, ma senza accorgersi di non avervi incluso le proprie componenti più importanti, come l’intelligenza emotiva, morale o quella spirituale, e senza prevedere che sarebbe stata usata per fini deteriori, come sancire gerarchie di valore fra esseri umani o annullare il confine fra furbizia e immoralità. La storia dell’essere umano sembra indicare che la sua intelligenza abbia scarse possibilità di redenzione e che l’antropocene possa concludersi con una nuova catastrofe per la vita terrestre. In questo giocherà senz’altro un ruolo quella che oggi definiamo intelligenza artificiale: se sapremo usarla bene, con la sua enorme potenzialità, potrà essere una via di salvezza; se invece la useremo male, come abbiamo usato quasi tutto finora — svilendo la componente migliore nella nostra intelligenza — porterà una rapida accelerazione della nostra rovina. Tanto più potente la tecnologia, tanto maggiori devono essere le abilità e le accortezze di chi la usa».
Il pericolo, secondo Bertelli, c’è: «La ricerca scientifica ha rilevato che dall’inizio del nuovo millennio il quoziente intellettivo medio dell’umanità, che aveva continuato a crescere fino alla fine del secolo scorso, il famoso effetto Flynn, ha fatto registrare una brusca inversione di tendenza. Dall’avvento dell’intelligenza artificiale, le nuove generazioni mostrano già cadute ancora più rapide e marcate. Dunque, ho immaginato che in un futuro prossimo, nella maggior parte del mondo, il numero di persone con difficoltà logiche, deduttive, analitiche, ma anche creative, emotive, morali e spirituali, sarà aumentato ulteriormente, così tanto da assumere le dimensioni di una “deriva intellettiva” globale, e rappresentare un’urgenza d’intervento socio-sanitario. Il vero pericolo non sta tanto nel fatto che l’AI ci rubi le nostre professioni, la nostra intelligenza o che voglia assoggettarci, quanto nella nostra inconscia disponibilità a esporci, giorno dopo giorno, parola dopo parola, a una sorta di “addestramento” alla passività intellettuale, all’assuefazione alla rinuncia alla fatica del pensiero e della coscienza, trasformandoci in individui inclini a riprodurre acriticamente e a non interrogarsi».
Preso atto del problema, Bertelli vede però anche una soluzione per affrontarlo: «L’intelligenza artificiale non impone tanto una nuova alfabetizzazione tecnica, quanto una rieducazione dell’umano. Per troppo tempo abbiamo insegnato, spesso con i fatti più che con le parole, che essere intelligenti significhi imporsi, primeggiare, performare, saper sopravvivere nella giungla, godere prima e più possibile perché la vita è breve o illusoria. È esattamente questa visione riduttiva dell’intelligenza che rende l’AI al tempo stesso così affascinante e così pericolosa. In questa prospettiva, il rischio educativo dell’AI non è tanto l’errore, quanto la delega e l’omologazione, soprattutto negli elementi più importanti per lo sviluppo dell’intelligenza umana nelle sue diverse forme, come la formulazione autonoma dei problemi, la tolleranza della frustrazione, la regolazione delle emozioni, il confronto con il limite e con l’esistenza degli altri. Di fronte a questa nuova frontiera, dovremmo dunque rieducare alla relazione e alla consapevolezza di essere parte di un cosmo in equilibrio reciproco. Si è davvero intelligenti solo quando si riesce a combinare la propria soddisfazione con il bene comune e con il rispetto di ciò che ci prescinde. Tanto più potente la tecnologia, tanto maggiori devono essere le abilità e le accortezze di chi la usa».




